Meritocrazia. L’idea che, una volta che abbiamo dato a tutti le stesse opportunità, è responsabilità dell’individuo impegnarsi e lavorare sodo per arrivare in cima. La meritocrazia a prima vista sembra giusta: nessuno vuole una società costruita, che so, sui privilegi di nascita. Chi critica il merito, però, farà notare un problema: per quanto si cerchi di dare a tutti le stesse opportunità, ognuno risente del contesto socioeconomico dal quale proviene. Immaginiamo per un attimo che sia attuabile una società basata sul merito, in cui, cioè, sia possibile dare una definizione perfetta di merito e in cui esista una corrispondenza perfetta fra merito e successo. In una società siffatta chi ottiene il successo è l’artefice del proprio destino, al 100%. Nessuno può criticarlo per quello che possiede, ha creato la propria ascesa basandosi solo sulle proprie forze, è uno splendido essere umano. Al contrario, chi non ottiene il successo è l’artefice del proprio fallimento. Non si è impegnato, non è stato bravo e veloce. Il valore morale delle persone è così misurato. La misurabilità dei risultati è affascinante, semplifica, siamo tutti su una scala, dal migliore al peggiore. La solidarietà scompare, perché nel mondo del successo giustamente attribuito non c’è spazio per le arrendevolezze della comunità. Una società di questo genere è auspicabile? Secondo i critici della meritocrazia no, perché ha un lato demoralizzante, disumano, e alla lunga è instabile. Realizza, inoltre, un progetto politico ambiguo: se dichiaro che siamo in una meritocrazia, a quel punto chi non ce la fa è colpevole, e la politica può disinteressarsene. Il merito trasforma un problema collettivo in un problema individuale. Resta il fatto che nel paese dei favoritismi questo è un discorso difficile da affrontare, perché mancano dei passaggi di civiltà. (Da un articolo che ho scritto nel 2022)
A chi ciancia sempre di #meritocrazia
@letipezz.bsky.social come sempre puntuale.