## L’esibizione del dominio: perché lo scandalo Piantedosi è un sintomo della nostra cultura del potere
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Se la prima reazione alla storia dell’amante del ministro Piantedosi che spiattella la relazione _urbi et orbi_ è stata una risata divertita, possiamo e dobbiamo dircelo: è tutto normalissimo. Lo sbugiardamento pubblico dell’ipocrisia dei potenti è sempre godibile, a prescindere da chi è la persona di potere, e il Ministro dell’Interno è indubbiamente una delle persone più influenti e rilevanti del paese. Difficile non trovare deliziosa la storia della giornalista Claudia Conte che si fa intervistare apposta per rivelare (con simulata pudicizia) la relazione che la lega a Piantedosi, coniugato (con la Prefetta di Grosseto, per giunta) e padre, soprattutto se la destra di cui Piantedosi è espressione tratta la famiglia eterosessuale tradizionale come sacramento fondativo della civiltà e arma retorica da brandire in faccia a chi “tradizionale” non è.
L’irritazione per il sospetto che il rapporto sia basato su una qualche forma di transazione subentra dopo, quando ci si concentra sulla quantità di cariche pubbliche che si sospetta siano state assegnate alla giornalista in questione come conseguenza (diretta o indiretta) del legame: alcune pagate, altre a titolo gratuito ma comunque in posizioni che le assicurano prossimità con i vertici delle istituzioni. A cui segue, quasi subito, la necessità di individuare le responsabilità di quell’irritazione e di eventuali condotte lesive dell’interesse pubblico. Di chi è la colpa? Dell’uomo che parcheggia la donna, o della donna che usa il proprio corpo per farsi parcheggiare? Chi va colpito con il biasimo? Chi sta compiendo l’abuso? Chi è che finirà per essere additata come espressione di un intero genere? La svergognata è lei, o è lui, quello senza pudore?
È questo nodo, questo secondo scatto della narrazione, quello cruciale per stabilire su che binario verrà condotta la discussione pubblica sull’episodio scandaloso: è in questo punto che si sceglie a chi addossare il peso della responsabilità di eventuali condotte lesive dell’interesse pubblico. Avvicinare la lente d’ingrandimento alle conversazioni sul tema, soprattutto quelle più frivole e quotidiane, ci mostra con molta chiarezza quali comportamenti riteniamo accettabili per gli uomini o per le donne, la nostra idea di potere e della sua distribuzione. E come sempre, i nostri pregiudizi finiscono per influenzare quello che vediamo, un circolo vizioso che serve a rassicurarci sulla bontà e solidità delle nostre convinzioni.
Quello che vediamo è: un uomo di potere, ormai anziano, che ha un’amante molto più giovane di lui, e questa amante ha avuto un certo numero di incarichi nella sfera pubblica. E questo è il dato specifico del caso e di molti altri casi simili. Il secondo dato, più impalpabile e generale, è la scarsità di donne nell’ambito pubblico, in particolare in ruoli prestigiosi e ben pagati: lo squilibrio è evidente, misurato e misurabile, ma quello che potrebbe sembrare un divario facile da colmare (addirittura il 31% di donne dirigenti, ci siamo quasi!) è anche un dato ingannevole. Se la media generale è meno di un terzo, la composizione del governo Meloni restituisce un’immagine molto più accurata della reale distribuzione delle donne ai vertici delle realtà in cui si giocano le partite più importanti: tolta la Presidente del Consiglio, le ministre sono – al momento – 5 contro 19, di cui 3 senza portafoglio, quindi prive di una vera autonomia amministrativa e decisionale.
Eppure non sembrano proprio esserci dubbi: la svergognata, approfittatrice e arrampicatrice sociale è lei, la donna che ha usato le armi in suo possesso per accaparrarsi un posto all’ombra del potere. Non lui, che di quel potere dispone e ne ha fatto un uso così sconsiderato e irrispettoso della collettività.
La donna in questione diventa, quindi, rappresentativa di un malcostume diffuso, se non addirittura di una minaccia più ampia: la femmina tentatrice, anzi (per citare Francesco Bei su _La Repubblica_), il “fattore V”, in cui “V” – a scanso di equivoci – sta per “Venere”. Gli uomini non sarebbero, quindi, soggetti pienamente in grado di autodeterminarsi ma povere creature indifese, incapaci di schivare la trappola tesa dalle tentatrici attratte dal loro potere. Streghe in grado di incantarli, perché si sa, da che mondo e mondo l’uomo è cacciatore e la donna smaliziata sa bene come sfruttare questo istinto primordiale. La femminilità è pericolo, è inganno, è sirena che attira i marinai con un canto ammaliante. Le donne non sono persone, sono armi improprie con le gambe sotto e le tette sopra.
Nel novero dei poveri sventurati dell’orbita meloniana utilizzati per lanciare l’articolo sui social rientrano casi di fedifraghi conclamati (Piantedosi, ovviamente, e Gennaro Sangiuliano, dimessosi dall’incarico di Ministro della Cultura dopo il caso Boccia), altri su cui si concentrano sospetti mai acclarati (Francesco Lollobrigida, protagonista di più di un episodio da gossip: l’articolo cita una sua presunta relazione con una compagna di partito, mai confermata) e Andrea Giambruno, ex compagno di Meloni, colto dalle telecamere di Mediaset in atteggiamenti inopportuni e molesti con le colleghe. Non è chiaro come quest’ultimo rientri nel novero degli irretiti e che colpa ne avrebbero le sue colleghe, ma una volta che hai deciso che il problema sono le donne, vale tutto: anche chiamare “olocausto gradito alla dea Afrodite” un altro fuorionda con cui l’allora compagno della donna a capo del governo italiano suggeriva a una collega giovane di andare a fare “una cosa a tre” con un’altra, con cui avrebbe avuto “una tresca”. L’ultima volta che ho controllato, Afrodite era la dea dell’amore, non delle sbruffonate moleste. Esige una forma, anche tenue, di reciprocità.
Il _fil rouge_ di tutti questi episodi, mi pare, non sono le donne ma il potere maschile: che nell’amante giovane esibita senza discrezione rileva un segnale di virilità spendibile nel confronto fra pari. Se questi uomini si sentono intoccabili, tanto da poter disporre della cosa pubblica come vogliono (e spesso non devono neppure chiedere: è sufficiente far arrivare la voce, “Guarda che quella sta con…”, e le aperture si creano come per magia) e delle donne come preferiscono, è perché quell’esibizione di dominio è vista con favore, rispetto e ammirazione dagli altri uomini. Il potere sessuale è considerato un’estensione di quello materiale: amanti giovani e colleghe costrette a tollerarti mentre ti smanacci in loro presenza ne sono il segno tangibile. La domanda per cui si crea un’offerta non è delle donne verso il potere e una collocazione professionale che altrimenti non sarebbe affatto garantita o raggiungibile con altri mezzi, ma degli uomini rispetto alla propria necessità di spuntare tutte le caselle del prestigio. Incarico importante e ben pagato, gente che deve fare quello che dici tu, beni materiali e donne, almeno due: quella del dovere e quella del piacere, quella che ti consente di darti un’aria di borghese rispettabilità e quella che segnala agli altri uomini che, per dirla con un romanismo molto efficace, _je l’ammolli_ ancora.
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Che la questione sia culturale ce lo dice il fatto che fra le donne non esiste una forma d’ammirazione consolidata e condivisa per chi affida il proprio successo professionale alla seduzione. Le chiamiamo (purtroppo) con gli stessi nomi con cui le chiamano gli uomini, e le facciamo oggetto dello stesso tipo di disprezzo. Non ci troverete in una chat o su un forum intente a condividere le foto degli anziani potenti che stiamo sfruttando, ma se dovesse succedere, quella chat e quel forum non verrebbero fatte oggetto di culto e imitazione da parte di altre giovani donne. Boccia e Conte non diventeranno delle eroine popolari, vendicatrici del nostro genere vessato. A torto o a ragione, sono viste come traditrici, gente che è stata disponibile a fare per guadagno quello che il resto di noi non farebbe per dignità, se non per sopraggiunti limiti anagrafici. Il sessantenne di potere lo rimorchi a trent’anni, non a cinquanta, quando è difficile essere esibite come trofeo di caccia: la donna giovane ha un vantaggio competitivo che con il tempo si affievolisce, al contrario del potere maschile, che con l’età tende a crescere e a consolidarsi.
La responsabilità è sempre di chi il potere lo agisce, non di chi lo subisce o può solo cercare di rosicchiarne un pezzetto per il proprio tornaconto personale, e rimane sempre la parte debole della relazione. Basta un attimo, una debolezza, un investimento sull’uomo sbagliato o una rottura precoce o non gradita alla controparte ed ecco che le porte si chiudono, spesso per sempre. L’ex “amante di” viene messa in castigo, relegata in un angolo, demansionata o dichiarata _persona non grata_. È difficile capire cosa passasse per la testa di Conte quando ha deciso di tirar giù tutto il palco, rivelando la propria relazione e quindi, di fatto, bollando sé stessa come “l’amante di”, ma le congetture lasciano il tempo che trovano. Se proprio dobbiamo ridere – e lo faremo: per arrabbiarci c’è sempre tempo – che sia per l’imperizia e la goffaggine con cui questi personaggi cercano di riprodurre il comportamento di chi li ha preceduti.
_Immagine in anteprimavia rainews_
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