paris, texas Wim Wenders (1984)
Strade enormi che si stagliano verso orizzonti lontani, deserti a perdita d’occhio: sono i paesaggi desolati del Texas rurale, in contrasto con l’altezza vertiginosa dei palazzi delle sue città a costituire l’anima di questo film di Wim Wenders. Il tutto viene accompagnato dal suono costante e conturbante di una steel guitar, cornice perfetta per la storia di un uomo che prova a riannodare i fili con la sua vita, con la civiltà e con il figlio e la moglie che ha abbandonato. Nel presentarci un uomo ridotto al nulla e pronto a ripartire da zero Wenders ci parla di convenzioni sociali, di affetto, amore e paternità.
Un film lungo ma per nulla tortuoso che parte da lontano ma arriva in qualche modo alla meta, procedendo con apparente lentezza ma senza fermarsi mai. Tutto si evolve in maniera completa ma a tratti imprevedibile: quello del protagonista è un ritorno alla normalità, un viaggio on the road per le strade texane che coincide con un viaggio dentro se stesso, i suoi traumi e i suoi fantasmi. Un viaggio doloroso e pesante, perché dalla vita e dagli errori non si scappa e perché prima o poi bisogna fare i conti anche, e soprattutto, con se stessi.
Oltre ai bellissimi ma desolanti paesaggi il film regala sequenze davvero iconiche, come il confronto diviso da un vetro tra il protagonista e la madre di suo figlio, potentissimo per la semplicità della messa in scena e per la forza di una sceneggiatura capace di toccare nel profondo. Paris, Texas è un film prezioso, che ha davvero tanto da dire e raccontare e che ci mostra la vita per quello che è: un viaggio con una destinazione che alla fine raggiungeremo tutti, che lo vogliamo o meno.
Win Wenders in un film che non ha bisogno di presentazioni e che racconta di un uomo e del suo tentativo di riconnettersi alla vita, qualunque cosa voglia dire.
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