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#FilmFuoriTempo
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paris, texas

Wim Wenders
(1984)

paris, texas Wim Wenders (1984)

Strade enormi che si stagliano verso orizzonti lontani, deserti a perdita d’occhio: sono i paesaggi desolati del Texas rurale, in contrasto con l’altezza vertiginosa dei palazzi delle sue città a costituire l’anima di questo film di Wim Wenders. Il tutto viene accompagnato dal suono costante e conturbante di una steel guitar, cornice perfetta per la storia di un uomo che prova a riannodare i fili con la sua vita, con la civiltà e  con il figlio e la moglie che ha abbandonato. Nel presentarci un uomo ridotto al nulla e pronto a ripartire da zero Wenders ci parla di convenzioni sociali, di affetto, amore e paternità.

Strade enormi che si stagliano verso orizzonti lontani, deserti a perdita d’occhio: sono i paesaggi desolati del Texas rurale, in contrasto con l’altezza vertiginosa dei palazzi delle sue città a costituire l’anima di questo film di Wim Wenders. Il tutto viene accompagnato dal suono costante e conturbante di una steel guitar, cornice perfetta per la storia di un uomo che prova a riannodare i fili con la sua vita, con la civiltà e con il figlio e la moglie che ha abbandonato. Nel presentarci un uomo ridotto al nulla e pronto a ripartire da zero Wenders ci parla di convenzioni sociali, di affetto, amore e paternità.

Un film lungo ma per nulla tortuoso che parte da lontano ma arriva in qualche modo alla meta, procedendo con apparente lentezza ma senza fermarsi mai. Tutto si evolve in maniera completa ma a tratti imprevedibile: quello del protagonista è un ritorno alla normalità, un viaggio on the road per le strade texane che coincide con un viaggio dentro se stesso, i suoi traumi e i suoi fantasmi. Un viaggio doloroso e pesante, perché dalla vita e dagli errori non si scappa e perché prima o poi bisogna fare i conti anche, e soprattutto, con se stessi.

Un film lungo ma per nulla tortuoso che parte da lontano ma arriva in qualche modo alla meta, procedendo con apparente lentezza ma senza fermarsi mai. Tutto si evolve in maniera completa ma a tratti imprevedibile: quello del protagonista è un ritorno alla normalità, un viaggio on the road per le strade texane che coincide con un viaggio dentro se stesso, i suoi traumi e i suoi fantasmi. Un viaggio doloroso e pesante, perché dalla vita e dagli errori non si scappa e perché prima o poi bisogna fare i conti anche, e soprattutto, con se stessi.

Oltre ai bellissimi ma desolanti paesaggi il film regala sequenze davvero iconiche, come il confronto diviso da un vetro tra il protagonista e la madre di suo figlio, potentissimo per la semplicità della messa in scena e per la forza di una sceneggiatura capace di toccare nel profondo. Paris, Texas è un film prezioso, che ha davvero tanto da dire e raccontare e che ci mostra la vita per quello che è: un viaggio con una destinazione che alla fine raggiungeremo tutti, che lo vogliamo o meno.

Oltre ai bellissimi ma desolanti paesaggi il film regala sequenze davvero iconiche, come il confronto diviso da un vetro tra il protagonista e la madre di suo figlio, potentissimo per la semplicità della messa in scena e per la forza di una sceneggiatura capace di toccare nel profondo. Paris, Texas è un film prezioso, che ha davvero tanto da dire e raccontare e che ci mostra la vita per quello che è: un viaggio con una destinazione che alla fine raggiungeremo tutti, che lo vogliamo o meno.

Win Wenders in un film che non ha bisogno di presentazioni e che racconta di un uomo e del suo tentativo di riconnettersi alla vita, qualunque cosa voglia dire.

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blood simple

fratelli coen
(1984)

blood simple fratelli coen (1984)

Al loro esordio i Coen avevano già molto chiaro quale sarebbe stata la cifra stilistica del loro cinema: noir dalle atmosfere atipiche, con personaggi sopra le righe, comicità involontaria, equivoci a non finire, situazioni al limite del surreale e un potente magnetismo di fondo a pervadere ogni cosa. Blood Simple (Sangue Facile in italiano) fa proprio questo, piega le atmosfere del noir più classico e le fonde con una storia assurda, ai limiti del ridicolo, ma che finirà in un terribile bagno di sangue.

Al loro esordio i Coen avevano già molto chiaro quale sarebbe stata la cifra stilistica del loro cinema: noir dalle atmosfere atipiche, con personaggi sopra le righe, comicità involontaria, equivoci a non finire, situazioni al limite del surreale e un potente magnetismo di fondo a pervadere ogni cosa. Blood Simple (Sangue Facile in italiano) fa proprio questo, piega le atmosfere del noir più classico e le fonde con una storia assurda, ai limiti del ridicolo, ma che finirà in un terribile bagno di sangue.

Poche scene ma tutte perfettamente centrate, lunghe, ammalianti, cariche di una tensione inspiegabile ma affascinante: la storia è quella di un uomo che assolda un sicario per far fuori la moglie e il suo amante; tutto andrà a rotoli quando le cose - come c’era da aspettarsi - non andranno secondo piani, innescando una serie di conseguenze impreviste e un incalcolabile e inarrestabile effetto domino. A livello estetico sono le luci taglienti a farla da padrone, in un Texas che diventa cartolina buia e oscura, dove il nero pervade tutto e confonde. Gli eventi principali si svolgono di notte, dove niente è chiaro e ogni cosa può succedere.

Poche scene ma tutte perfettamente centrate, lunghe, ammalianti, cariche di una tensione inspiegabile ma affascinante: la storia è quella di un uomo che assolda un sicario per far fuori la moglie e il suo amante; tutto andrà a rotoli quando le cose - come c’era da aspettarsi - non andranno secondo piani, innescando una serie di conseguenze impreviste e un incalcolabile e inarrestabile effetto domino. A livello estetico sono le luci taglienti a farla da padrone, in un Texas che diventa cartolina buia e oscura, dove il nero pervade tutto e confonde. Gli eventi principali si svolgono di notte, dove niente è chiaro e ogni cosa può succedere.

Blood Simple è un film di grande atmosfera, costruito come il più classico dei noir anni ’40 ma con un tono e un gusto ben più moderno e una consapevolezza diversa: in film del genere, quando si hanno le atmosfere giuste, non servono personaggi incredibili, femme fatale o storie complicate per fare centro, ma basta solo saper assemblare pochi elementi con le giuste atmosfere. Così anche la scena infinita dell’occultamento di un cadavere nei campi può diventare grande cinema e un film apparentemente assurdo può diventare una piccola e inestimabile perla.

Blood Simple è un film di grande atmosfera, costruito come il più classico dei noir anni ’40 ma con un tono e un gusto ben più moderno e una consapevolezza diversa: in film del genere, quando si hanno le atmosfere giuste, non servono personaggi incredibili, femme fatale o storie complicate per fare centro, ma basta solo saper assemblare pochi elementi con le giuste atmosfere. Così anche la scena infinita dell’occultamento di un cadavere nei campi può diventare grande cinema e un film apparentemente assurdo può diventare una piccola e inestimabile perla.

L'esordio dei fratelli Coen è un manifesto perfetto per capire il loro cinema e un modo che è loro e solo loro di concepire il genere noir e le sue atmosfere.

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scarface

brian de palma
(1983)

scarface brian de palma (1983)

Superficialmente Scarface può sembrare la classica storia del piccolo criminale che diventa grande, viene inebriato dal potere e finisce per esserne distrutto. In parte è effettivamente così: quella scritta da Oliver Stone è la storia del cubano Tony Montana, della sua ambizione e del modo in cui la droga che lo ha reso ricco e potente lo ha privato di ogni affetto e distrutto. Ma in questo film c’è tanto di più: c’è innanzitutto la voglia di calarlo nella realtà del tempo e di renderlo verosimile.

Superficialmente Scarface può sembrare la classica storia del piccolo criminale che diventa grande, viene inebriato dal potere e finisce per esserne distrutto. In parte è effettivamente così: quella scritta da Oliver Stone è la storia del cubano Tony Montana, della sua ambizione e del modo in cui la droga che lo ha reso ricco e potente lo ha privato di ogni affetto e distrutto. Ma in questo film c’è tanto di più: c’è innanzitutto la voglia di calarlo nella realtà del tempo e di renderlo verosimile.

Brian De Palma ha dato vita a un film profondamente e innegabilmente politico, una sorta di specchio della Miami (e degli Stati Uniti) dei primi anni ’80, dove la criminalità organizzata, le forze dell’ordine e il potere politico andavano di pari passo, mossi da fiumi di denaro e dal business della droga, formalmente combattuto ma segretamente spalleggiato e assecondato. I personaggi raccontati sono i figli di questo sistema distorto: Tony è un immigrato in cerca di fortuna, irretito dai soldi facili e dal potere e disposto a tutto pur di fare strada; la sua è sin da subito una parabola di distruzione e perdita, un fuoco che si accende velocissimo e brucia con vigore tutto ciò che gli sta attorno, finendo per non lasciare più nulla se non cenere.

Brian De Palma ha dato vita a un film profondamente e innegabilmente politico, una sorta di specchio della Miami (e degli Stati Uniti) dei primi anni ’80, dove la criminalità organizzata, le forze dell’ordine e il potere politico andavano di pari passo, mossi da fiumi di denaro e dal business della droga, formalmente combattuto ma segretamente spalleggiato e assecondato. I personaggi raccontati sono i figli di questo sistema distorto: Tony è un immigrato in cerca di fortuna, irretito dai soldi facili e dal potere e disposto a tutto pur di fare strada; la sua è sin da subito una parabola di distruzione e perdita, un fuoco che si accende velocissimo e brucia con vigore tutto ciò che gli sta attorno, finendo per non lasciare più nulla se non cenere.

Ma la cenere in questo film è la cocaina, che distrugge ogni cosa che tocca e la scia che accompagna il film è rossa come il sangue che, sin dalle prime battute, viene versato copioso. I capitoli di questa storia vanno a comporre un mosaico esagerato e potente che ha nella sparatoria finale il suo culmine e nella mitica frase “the world is yours” il suo beffardo e indimenticabile simbolo.

Ma la cenere in questo film è la cocaina, che distrugge ogni cosa che tocca e la scia che accompagna il film è rossa come il sangue che, sin dalle prime battute, viene versato copioso. I capitoli di questa storia vanno a comporre un mosaico esagerato e potente che ha nella sparatoria finale il suo culmine e nella mitica frase “the world is yours” il suo beffardo e indimenticabile simbolo.

Scarface è un capolavoro conosciuto e amato, una parabola criminale violenta e indimenticabile, ma anche il racconto profondamente politico di una società corrotta e senza possibilità di salvezza.

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e.t. l’extra-
terrestre

steven spielberg
(1982)

e.t. l’extra- terrestre steven spielberg (1982)

Pochi registi, nel corso della loro carriera, sono stati capaci di riceve apprezzamenti unanimi da pubblico e critica e ancora di meno sono i film capaci di raggiungere questo traguardo quasi impossibile. Steven Spielberg in questo è sempre stato una miniera d’oro e il suo E.T. resta uno dei film più apprezzati e amati di tutti i tempi. Il motivo è presto detto e sta tutto nel perfetto equilibrio di una storia che sa essere emozionante, drammatica, genuinamente divertente, misteriosa e ricca sotto ogni punto di vista. Quella dell’extraterrestre che arriva sulla terra e si lega indissolubilmente a un piccolo bambino e alla sua famiglia è una vicenda carica di significati profondi, che parla dell’innocenza della giovinezza e del cinismo degli adulti e di quanto l’età che passa ci renda tutti più cinici e cattivi.

Pochi registi, nel corso della loro carriera, sono stati capaci di riceve apprezzamenti unanimi da pubblico e critica e ancora di meno sono i film capaci di raggiungere questo traguardo quasi impossibile. Steven Spielberg in questo è sempre stato una miniera d’oro e il suo E.T. resta uno dei film più apprezzati e amati di tutti i tempi. Il motivo è presto detto e sta tutto nel perfetto equilibrio di una storia che sa essere emozionante, drammatica, genuinamente divertente, misteriosa e ricca sotto ogni punto di vista. Quella dell’extraterrestre che arriva sulla terra e si lega indissolubilmente a un piccolo bambino e alla sua famiglia è una vicenda carica di significati profondi, che parla dell’innocenza della giovinezza e del cinismo degli adulti e di quanto l’età che passa ci renda tutti più cinici e cattivi.

Spielberg proietta nel film parte del suo vissuto, del rapporto conflittuale coi genitori, tra padre assente, divorzi, adulti imbecilli e bambini che devono crescere e maturare molto prima di quanto dovrebbero. Ma al di là dei suoi significati più profondi E.T. racchiude in se tutta l’essenza del grande blockbuster americano anni’80, quel connubio perfetto tra periferia americana, villette a schiera, bambini in bicicletta, avventure inenarrabili e tanto divertimento; alla semplicità della storia si unisce un’impianto scenico ed effetti speciali di alto profilo, nonché la mano di un regista bravo come pochi a regalare le giuste atmosfere ad ogni inquadratura.

Spielberg proietta nel film parte del suo vissuto, del rapporto conflittuale coi genitori, tra padre assente, divorzi, adulti imbecilli e bambini che devono crescere e maturare molto prima di quanto dovrebbero. Ma al di là dei suoi significati più profondi E.T. racchiude in se tutta l’essenza del grande blockbuster americano anni’80, quel connubio perfetto tra periferia americana, villette a schiera, bambini in bicicletta, avventure inenarrabili e tanto divertimento; alla semplicità della storia si unisce un’impianto scenico ed effetti speciali di alto profilo, nonché la mano di un regista bravo come pochi a regalare le giuste atmosfere ad ogni inquadratura.

Un film che ha segnato un’epoca, iconico quasi in ogni scorcio, con dialoghi memorabili e un equilibrio d’intenti capace di suonare le giuste corde degli spettatori, adulti o bambini che siano. Una magia che pochi film sono stati in grado di ottenere: ma quelle rarissime volte in cui tutto è al posto giusto il risultato non può che essere incredibile.

Un film che ha segnato un’epoca, iconico quasi in ogni scorcio, con dialoghi memorabili e un equilibrio d’intenti capace di suonare le giuste corde degli spettatori, adulti o bambini che siano. Una magia che pochi film sono stati in grado di ottenere: ma quelle rarissime volte in cui tutto è al posto giusto il risultato non può che essere incredibile.

Un film che non si può non amare, soprattutto se lo si vede da piccoli. La maestria di Spielberg unita a una storia immortale e senza tempo. Indimenticabile.

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shining

stanley kubrick
(1980)

shining stanley kubrick (1980)

Di Shining avevamo già parlato, in un Halloween di qualche anno fa, ma è impossibile non citarlo in questa infinita lista di grandi capolavori della storia del cinema. Quello orchestrato da Stanley Kubrick è, per chi scrive, l’horror più bello di sempre, capace come pochi di creare un immaginario e uno stile unico nel suo genere, messo al servizio di una storia semplice ma di grande impatto. A colpire non è tanto il modo in cui una famiglia isolata in un hotel in mezzo alla neve cada in un incubo terribile e senza fine, ma come tutto ciò che gravita intorno e dentro l’Overlook Hotel sia diventato iconico e intramontabile: ogni stanza, ogni corridoio, ogni apparizione, ogni citazione e ogni scena sono storia e lo sono perché Kubrick è stato capace di valorizzare anche il più piccolo dei dettagli, con la cura maniacale che da sempre è stata la sua più importante cifra stilistica.

Di Shining avevamo già parlato, in un Halloween di qualche anno fa, ma è impossibile non citarlo in questa infinita lista di grandi capolavori della storia del cinema. Quello orchestrato da Stanley Kubrick è, per chi scrive, l’horror più bello di sempre, capace come pochi di creare un immaginario e uno stile unico nel suo genere, messo al servizio di una storia semplice ma di grande impatto. A colpire non è tanto il modo in cui una famiglia isolata in un hotel in mezzo alla neve cada in un incubo terribile e senza fine, ma come tutto ciò che gravita intorno e dentro l’Overlook Hotel sia diventato iconico e intramontabile: ogni stanza, ogni corridoio, ogni apparizione, ogni citazione e ogni scena sono storia e lo sono perché Kubrick è stato capace di valorizzare anche il più piccolo dei dettagli, con la cura maniacale che da sempre è stata la sua più importante cifra stilistica.

L’uso della steadicam viene portato allo stato dell’arte, con l’inquadratura che segue i personaggi di fronte o alle spalle, muovendosi con serafica (e claustrofobica) calma negli enormi corridoi dell’hotel. Tutto Shining è un enorme e intricato labirinto che ci spinge a camminare senza sosta tra i suoi corridoi e le sue stanze, continuando a farci perdere l’orientamento: spazio e tempo si confondono, così come realtà e fantasia, passato e presente, vero e falso.

L’uso della steadicam viene portato allo stato dell’arte, con l’inquadratura che segue i personaggi di fronte o alle spalle, muovendosi con serafica (e claustrofobica) calma negli enormi corridoi dell’hotel. Tutto Shining è un enorme e intricato labirinto che ci spinge a camminare senza sosta tra i suoi corridoi e le sue stanze, continuando a farci perdere l’orientamento: spazio e tempo si confondono, così come realtà e fantasia, passato e presente, vero e falso.

A brillare, esaltati da questa impalcatura perfetta, sono quegli intramontabili e ancora oggi insuperati picchi di vero orrore: da un Jack Nicholson inquietante sin dalla prima scena, passando per le due gemelline, sino ad arrivare ai fiumi di sangue dall’ascensore o alla mitica 237. La quintessenza dell’horror al cinema, senza alcun dubbio.

A brillare, esaltati da questa impalcatura perfetta, sono quegli intramontabili e ancora oggi insuperati picchi di vero orrore: da un Jack Nicholson inquietante sin dalla prima scena, passando per le due gemelline, sino ad arrivare ai fiumi di sangue dall’ascensore o alla mitica 237. La quintessenza dell’horror al cinema, senza alcun dubbio.

Shining, l'icona intramontabile del cinema horror, uno dei film più belli di Kubrick. Non poteva esserci #FilmFuoriTempo migliore oggi.

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toro scatenato

martin scorsese
(1980)

toro scatenato martin scorsese (1980)

Date in mano una storia incredibile a un attore incredibile e a un regista altrettanto incredibile e avrete tra le mani uno dei film biografici migliori di tutti i tempi. Toro Scatenato è il meglio che la boxe abbia mai saputo offrire al cinema, nonché una delle parabole umane e sportive meglio raccontare di tutti i tempi. Martin Scorsese alla regia, con un bianco e nero utile a raccontare i tempi passati - la storia è ambientata tra gli anni ’40 e gli anni ’60 - e un uso della camera ravvicinata e in soggettiva che ha trasformato gli incontri sul ring in massacri crudi, sanguinolenti e profondamente realistici.

Date in mano una storia incredibile a un attore incredibile e a un regista altrettanto incredibile e avrete tra le mani uno dei film biografici migliori di tutti i tempi. Toro Scatenato è il meglio che la boxe abbia mai saputo offrire al cinema, nonché una delle parabole umane e sportive meglio raccontare di tutti i tempi. Martin Scorsese alla regia, con un bianco e nero utile a raccontare i tempi passati - la storia è ambientata tra gli anni ’40 e gli anni ’60 - e un uso della camera ravvicinata e in soggettiva che ha trasformato gli incontri sul ring in massacri crudi, sanguinolenti e profondamente realistici.

Robert De Niro nel ruolo del protagonista, in una delle interpretazioni più forti e sofferte della sua carriera, sia dal punto di vista puramente attoriale - le sue espressioni e i suoi monologhi sono impareggiabili - sia da quello fisico, visto che è dimagrito e ingrassato di tanti chili per interpretare al meglio il ruolo; Jake LaMotta a ispirare il tutto con la sua parabola umana verso l’abisso e una storia fatta di violenze, bugie, gelosie e profonda solitudine.

Robert De Niro nel ruolo del protagonista, in una delle interpretazioni più forti e sofferte della sua carriera, sia dal punto di vista puramente attoriale - le sue espressioni e i suoi monologhi sono impareggiabili - sia da quello fisico, visto che è dimagrito e ingrassato di tanti chili per interpretare al meglio il ruolo; Jake LaMotta a ispirare il tutto con la sua parabola umana verso l’abisso e una storia fatta di violenze, bugie, gelosie e profonda solitudine.

Il film è un lungo arco di vita che non fa sconti nel mostrarsi quanto più schietto e sincero possibile: i grandi trionfi sportivi non sono mai messi sotto una luce epica e positiva - non siamo in Rocky - ma filtrati tramite i meandri di una vita difficile e di una personalità disturbata e problematica. Ascesa e discesa di LaMotta vengono mostrati con sincera schiettezza, senza nascondere nulla, dalle violenze verso le sue due compagne, passando per i rapporti difficili con il fratello sino ad arrivare ai suoi legami con la criminalità organizzata. Un film che rasenta la perfezione sotto quasi tutti i punti di vista.

Il film è un lungo arco di vita che non fa sconti nel mostrarsi quanto più schietto e sincero possibile: i grandi trionfi sportivi non sono mai messi sotto una luce epica e positiva - non siamo in Rocky - ma filtrati tramite i meandri di una vita difficile e di una personalità disturbata e problematica. Ascesa e discesa di LaMotta vengono mostrati con sincera schiettezza, senza nascondere nulla, dalle violenze verso le sue due compagne, passando per i rapporti difficili con il fratello sino ad arrivare ai suoi legami con la criminalità organizzata. Un film che rasenta la perfezione sotto quasi tutti i punti di vista.

Toro Scatenato è un film che non ha bisogno di troppe presentazioni. De Niro, Scorsese e la storia incredibile di Jake LaMotta: cosa volere di più?

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apocalypse
now

francis ford
coppola
(1979)

apocalypse now francis ford coppola (1979)

Lo capiamo sin dalle prime immagini, con la crisi esistenziale del capitano Willard sovrapposta alle immagini di guerra, le pale di un ventilatore che diventano quelle di un elicottero e The End dei Doors a fare da colonna sonora: quello costruito da Francis Ford Coppola non è il classico film sul Vietnam, ma un viaggio allucinogeno e allucinante molto, molto vicino a un terribile e spaventoso trip lisergico. Apocalypse Now è un viaggio “on the boat” tra gli orrori del Vietnam occupato dagli Stati Uniti, con il protagonista chiamato ad attraversare il paese via fiume per trovare il colonnello Kurtz, alto rango dell’esercito apparentemente impazzito, macchiatosi di terribili crimini e a capo di una comunità di fanatici con regole tutte sue.

Lo capiamo sin dalle prime immagini, con la crisi esistenziale del capitano Willard sovrapposta alle immagini di guerra, le pale di un ventilatore che diventano quelle di un elicottero e The End dei Doors a fare da colonna sonora: quello costruito da Francis Ford Coppola non è il classico film sul Vietnam, ma un viaggio allucinogeno e allucinante molto, molto vicino a un terribile e spaventoso trip lisergico. Apocalypse Now è un viaggio “on the boat” tra gli orrori del Vietnam occupato dagli Stati Uniti, con il protagonista chiamato ad attraversare il paese via fiume per trovare il colonnello Kurtz, alto rango dell’esercito apparentemente impazzito, macchiatosi di terribili crimini e a capo di una comunità di fanatici con regole tutte sue.

Come spesso capita in questi casi il viaggio sarà molto più importante della destinazione e occuperà quasi tutto il film: Willard, in crisi dopo lunghi e logoranti anni di guerra, finirà per essere ossessionato e affascinato dal tenebroso Kurtz e, accompagnato da uno strano quanto peculiare manipolo di uomini, entrerà in contatto con personaggi e luoghi fuori dalle righe e da qualsiasi parvenza di normalità. Nel Vietnam di Coppola la violenza e il conflitto hanno portato tutti a impazzire, a vivere costantemente sotto l’effetto di una droga potentissima e invisibile, che ti cambia sia dentro che fuori, logorandoti fino a distruggerti.

Come spesso capita in questi casi il viaggio sarà molto più importante della destinazione e occuperà quasi tutto il film: Willard, in crisi dopo lunghi e logoranti anni di guerra, finirà per essere ossessionato e affascinato dal tenebroso Kurtz e, accompagnato da uno strano quanto peculiare manipolo di uomini, entrerà in contatto con personaggi e luoghi fuori dalle righe e da qualsiasi parvenza di normalità. Nel Vietnam di Coppola la violenza e il conflitto hanno portato tutti a impazzire, a vivere costantemente sotto l’effetto di una droga potentissima e invisibile, che ti cambia sia dentro che fuori, logorandoti fino a distruggerti.

Il regista ha gioco facile nell’abbinare tutto questo ad una ricostruzione maniacalmente precisa di ogni aspetto del conflitto: Apocalypse Now ha alcune delle scene di guerra più incredibili e spettacolari della storia. Ma sarebbero momenti estetici fini a se stessi senza quel sottotesto che sottolinea, ad ogni passaggio, l’insensatezza di ogni conflitto e di tutto ciò che di terribile vi gravita attorno.

Il regista ha gioco facile nell’abbinare tutto questo ad una ricostruzione maniacalmente precisa di ogni aspetto del conflitto: Apocalypse Now ha alcune delle scene di guerra più incredibili e spettacolari della storia. Ma sarebbero momenti estetici fini a se stessi senza quel sottotesto che sottolinea, ad ogni passaggio, l’insensatezza di ogni conflitto e di tutto ciò che di terribile vi gravita attorno.

Il risultato della passione e delle ambizioni di Coppola in un film incredibile, tra i più iconici e indimenticabili della storia. Apocalypse Now non ha bisogno di troppe presentazioni.

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i giorni del cielo

Terrence Malick
(1978)

i giorni del cielo Terrence Malick (1978)

Il Texas di inizio ‘900 prende forma in questo affascinante film di Terrence Malick, l’ultimo dopo una paura che lo avrebbe tenuto lontano dalla regia per 20 anni. I Giorni del Cielo fu un film dalla lavorazione piuttosto travagliata, dove il famoso perfezionismo maniacale del regista statunitense raggiunse il suo apice: litigi con troupe e attori, scene girate decine di volte e la pretesa di girare solo in determinate ore del giorno per avere sempre la luce “giusta”. E in effetti la bellezza degli scorci naturalistici e dei paesaggi di questo film rasenta la perfezione assoluta: tramonti e albe brillano di immensa luce naturale, cielo e terra che si incontrano in un orizzonte lontano e infinito, enormi distese di grano, stagioni che cambiano, animali.

Il Texas di inizio ‘900 prende forma in questo affascinante film di Terrence Malick, l’ultimo dopo una paura che lo avrebbe tenuto lontano dalla regia per 20 anni. I Giorni del Cielo fu un film dalla lavorazione piuttosto travagliata, dove il famoso perfezionismo maniacale del regista statunitense raggiunse il suo apice: litigi con troupe e attori, scene girate decine di volte e la pretesa di girare solo in determinate ore del giorno per avere sempre la luce “giusta”. E in effetti la bellezza degli scorci naturalistici e dei paesaggi di questo film rasenta la perfezione assoluta: tramonti e albe brillano di immensa luce naturale, cielo e terra che si incontrano in un orizzonte lontano e infinito, enormi distese di grano, stagioni che cambiano, animali.

Un ordine naturale sconvolto dalla presenza dell’uomo e dai suoi cicli, con la semina e il raccolto a scandire l’incedere delle stagioni: in questo “cerchio della vita”, un’adolescente racconta la storia di sua sorella e del suo amato, della loro fuga da Chicago e del loro approdo nel Texas rurale, a fare da braccianti per un ricco contadino in punto di morte; innamorato della nuova arrivata, deciderà di sposarla, innescando una catena di bugie, segreti, gelosie e amore.

Un ordine naturale sconvolto dalla presenza dell’uomo e dai suoi cicli, con la semina e il raccolto a scandire l’incedere delle stagioni: in questo “cerchio della vita”, un’adolescente racconta la storia di sua sorella e del suo amato, della loro fuga da Chicago e del loro approdo nel Texas rurale, a fare da braccianti per un ricco contadino in punto di morte; innamorato della nuova arrivata, deciderà di sposarla, innescando una catena di bugie, segreti, gelosie e amore.

Accompagnata dalle misteriose a affascinanti note di Ennio Morricone, I Giorni del Cielo è un dramma che racconta di innocenza e di perdita, portato avanti con naturalezza: nessun picco emotivo, ma la sensazione, incredibile e rarissima nel cinema americano, che la storia vada sempre, esattamente, come deve andare. Un po’ come la natura, così bella ma anche così tremendamente inarrestabile.

Accompagnata dalle misteriose a affascinanti note di Ennio Morricone, I Giorni del Cielo è un dramma che racconta di innocenza e di perdita, portato avanti con naturalezza: nessun picco emotivo, ma la sensazione, incredibile e rarissima nel cinema americano, che la storia vada sempre, esattamente, come deve andare. Un po’ come la natura, così bella ma anche così tremendamente inarrestabile.

Il film che ha consacrato Terrence Malick e lo ha trasformato in un mito. Dopo, per 20 anni, sarebbe completamente sparito dalle scene, entrando ancora di più nella leggenda.

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eraserhead

david lynch
(1977)

eraserhead david lynch (1977)

Sin dal suo esordio cinematografico era chiaro quanto nel cinema di David Lynch sogno o realtà fossero strettamente connessi in un indissolubile e incomprensibile legame. Eraserhead è tutto e niente, racconta qualcosa ma non è particolarmente interessato a ciò che vuole dire: strutturato come un vero e proprio viaggio onirico, naviga costantemente dalle parti dell’incubo a occhi aperti, offrendo una serie infinita di immagini terribilmente angoscianti, associazioni continue di strane metafore che accrescono ansie, paure e timori, in un drammatico orrore senza fine.

Sin dal suo esordio cinematografico era chiaro quanto nel cinema di David Lynch sogno o realtà fossero strettamente connessi in un indissolubile e incomprensibile legame. Eraserhead è tutto e niente, racconta qualcosa ma non è particolarmente interessato a ciò che vuole dire: strutturato come un vero e proprio viaggio onirico, naviga costantemente dalle parti dell’incubo a occhi aperti, offrendo una serie infinita di immagini terribilmente angoscianti, associazioni continue di strane metafore che accrescono ansie, paure e timori, in un drammatico orrore senza fine.

Nella storia di Henry e dei suoi strani capelli, dell’angusta città che abita, della donna che è costretto a sposare e del figlio “alieno” che è costretto ad accudire, sino a far precipitare tutto nel dramma più nero potremmo vedere qualsiasi cosa: c’è certamente la descrizione dell’ansia sociale che ci costringe a instradare il nostro percorso di vita su binari prestabiliti, nonostante questi, nel loro essere tutti uguali  uno all’altro, non facciano altro che consumarci e distruggerci; c’è la paura della paternità, di crescere un figlio senza esserne capaci; ma c’è anche la dimensione divina, con un dio che prova a dirigere le nostre vite senza mai riuscirci davvero.

Nella storia di Henry e dei suoi strani capelli, dell’angusta città che abita, della donna che è costretto a sposare e del figlio “alieno” che è costretto ad accudire, sino a far precipitare tutto nel dramma più nero potremmo vedere qualsiasi cosa: c’è certamente la descrizione dell’ansia sociale che ci costringe a instradare il nostro percorso di vita su binari prestabiliti, nonostante questi, nel loro essere tutti uguali uno all’altro, non facciano altro che consumarci e distruggerci; c’è la paura della paternità, di crescere un figlio senza esserne capaci; ma c’è anche la dimensione divina, con un dio che prova a dirigere le nostre vite senza mai riuscirci davvero.

Ci si può vedere davvero qualsiasi cosa dentro il mondo di David Lynch, ma quello che rimane è l’unico regista al mondo capace di rendere tangibile l’onirico, di aprire una finestra concreta verso una dimensione inafferrabile. Una genialità e un gusto sopraffino per la costruzione dell’immagine scenica ben presente sin da questo iconico e sperimentale esordio cinematografico in bianco e nero.

Ci si può vedere davvero qualsiasi cosa dentro il mondo di David Lynch, ma quello che rimane è l’unico regista al mondo capace di rendere tangibile l’onirico, di aprire una finestra concreta verso una dimensione inafferrabile. Una genialità e un gusto sopraffino per la costruzione dell’immagine scenica ben presente sin da questo iconico e sperimentale esordio cinematografico in bianco e nero.

Sempre bello ricordare David Lynch e il suo incredibile modo di fare il cinema: il solo capace di mostrarci davvero come funzionano i nostri sogni (e i nostri incubi).

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xala

Ousmane Sembéne
(1975)

xala Ousmane Sembéne (1975)

Sotto l’apparenza di un ricco uomo d’affari senegalese diventato impotente per via di una maledizione si nasconde una riflessione caustica e acuta sull’Africa moderna, dove la tradizione è stata smembrata da anni di sottomissione e la modernità non è altro che il frutto di secoli di colonialismo che non hanno lasciato nient’altro se non povertà e una finta libertà di plastica. Xala racconta proprio questo, di un Senegal che dimentica la sua lingua madre per parlare solo in francese, di uomini d’affari corrotti e senza scrupoli, che si comportano da bianchi, guidano Mercedes, viaggiano con valigette piene di soldi, bevono Coca-Cola e acqua Evian d’importazione.

Sotto l’apparenza di un ricco uomo d’affari senegalese diventato impotente per via di una maledizione si nasconde una riflessione caustica e acuta sull’Africa moderna, dove la tradizione è stata smembrata da anni di sottomissione e la modernità non è altro che il frutto di secoli di colonialismo che non hanno lasciato nient’altro se non povertà e una finta libertà di plastica. Xala racconta proprio questo, di un Senegal che dimentica la sua lingua madre per parlare solo in francese, di uomini d’affari corrotti e senza scrupoli, che si comportano da bianchi, guidano Mercedes, viaggiano con valigette piene di soldi, bevono Coca-Cola e acqua Evian d’importazione.

Ousmane Sembéne racconta queste contraddizioni mostrandoci anche l’altra faccia della medaglia, quella dove i mendicanti, i poveri e i malati vengono allontanati dalle strade perché non fanno bene al turismo e dove sono sempre pochi ad arricchirsi, a discapito di tutti gli altri. Il protagonista El Hadjí è il simbolo di tutto questo e la maledizione che lo colpisce è molto più che una semplice erezione mancata: è stato toccato dall’uomo bianco, dal capitalismo e dalla ricchezza e ha distrutto ciò che lo rendeva davvero umano.

Ousmane Sembéne racconta queste contraddizioni mostrandoci anche l’altra faccia della medaglia, quella dove i mendicanti, i poveri e i malati vengono allontanati dalle strade perché non fanno bene al turismo e dove sono sempre pochi ad arricchirsi, a discapito di tutti gli altri. Il protagonista El Hadjí è il simbolo di tutto questo e la maledizione che lo colpisce è molto più che una semplice erezione mancata: è stato toccato dall’uomo bianco, dal capitalismo e dalla ricchezza e ha distrutto ciò che lo rendeva davvero umano.

Xala è un film che usa la satira e la commedia come armi principali ma che sa anche andare dritto al punto con i suoi messaggi: El Hadjí ha perso le sue origini e la sua umanità e finirà per perdere tutto quanto, soldi, mogli, beni materiali, dignità. Xala inizia con i venti del cambiamento e uno sfarzoso matrimonio, ma finisce con un uomo nudo coperto di sputi che cerca di lavare via le sue colpe e quella terribile e ineluttabile maledizione che lo ha colpito.

Xala è un film che usa la satira e la commedia come armi principali ma che sa anche andare dritto al punto con i suoi messaggi: El Hadjí ha perso le sue origini e la sua umanità e finirà per perdere tutto quanto, soldi, mogli, beni materiali, dignità. Xala inizia con i venti del cambiamento e uno sfarzoso matrimonio, ma finisce con un uomo nudo coperto di sputi che cerca di lavare via le sue colpe e quella terribile e ineluttabile maledizione che lo ha colpito.

Una cartolina molto significativa del Senegal degli anni '70 e delle ingerenze del colonialismo europeo sulla sua vita e le sue tradizioni. Una satira affilatissima e potente.

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sholay

Ramesh Sippy
(1975)

sholay Ramesh Sippy (1975)

Non fatevi ingannare dalle apparenze: i film di Bollywood, seppur nel loro essere profondamente derivativi e interconnessi al cinema occidentale, hanno sempre qualcosa in più da raccontare. Le loro non sono semplici parodie a buon mercato di cose che a Hollywood fanno decisamente meglio, ma un curioso mix di generi, sensazioni ed elementi capace, nei suoi momenti migliori, di regalare ottimo intrattenimento. E Sholay è certamente uno dei più fulgidi esempi di tutto questo: il punto di partenza è certamente il western “alla Sergio Leone”: due banditi vengono assoldati da un poliziotto in pensione voglioso di vendetta; loro compito sarà trovare e catturare un terribile fuorilegge con cui il suddetto uomo di legge ha un importante conto in sospeso.

Non fatevi ingannare dalle apparenze: i film di Bollywood, seppur nel loro essere profondamente derivativi e interconnessi al cinema occidentale, hanno sempre qualcosa in più da raccontare. Le loro non sono semplici parodie a buon mercato di cose che a Hollywood fanno decisamente meglio, ma un curioso mix di generi, sensazioni ed elementi capace, nei suoi momenti migliori, di regalare ottimo intrattenimento. E Sholay è certamente uno dei più fulgidi esempi di tutto questo: il punto di partenza è certamente il western “alla Sergio Leone”: due banditi vengono assoldati da un poliziotto in pensione voglioso di vendetta; loro compito sarà trovare e catturare un terribile fuorilegge con cui il suddetto uomo di legge ha un importante conto in sospeso.

Il film fu un successo clamoroso per l’epoca, un blockbuster capace di tenere viva su di se l’attenzione per tanti anni: merito di una qualità realizzativa assoluta, di un’ottima regia e di sparatorie, inseguimenti a cavallo ed esplosioni di ottimo livello. La lezione americana è qui trasposta in maniera perfetta, sia nelle atmosfere che nella tensione drammatica, ma a rendere quello di Ramesh Sippy un prodotto unico nel suo genere è il modo in cui tutto questo viene mescolato a tanto altro. Sholay, infatti, si inserisce nella tradizione tutta indiana dei “masala film” un curioso mix di generi diversi apparentemente inconciliabili tra loro ma capaci, quando ben pensati, di convivere insieme con grande efficacia.

Il film fu un successo clamoroso per l’epoca, un blockbuster capace di tenere viva su di se l’attenzione per tanti anni: merito di una qualità realizzativa assoluta, di un’ottima regia e di sparatorie, inseguimenti a cavallo ed esplosioni di ottimo livello. La lezione americana è qui trasposta in maniera perfetta, sia nelle atmosfere che nella tensione drammatica, ma a rendere quello di Ramesh Sippy un prodotto unico nel suo genere è il modo in cui tutto questo viene mescolato a tanto altro. Sholay, infatti, si inserisce nella tradizione tutta indiana dei “masala film” un curioso mix di generi diversi apparentemente inconciliabili tra loro ma capaci, quando ben pensati, di convivere insieme con grande efficacia.

Qui la cura nel dettaglio è assoluta e capace di lasciare spazio, senza soluzione di continuità, ad azione, dramma, romanticismo, commedia demenziale, musical e melodramma. Ed è incredibile come il tutto non risulti mai fuori luogo ma perfettamente calibrato in un meccanismo che ha bisogno di tutte le sue componenti per funzionare. Non lasciatevi ingannare dall’aspetto improbabile dei protagonisti, da una recitazione ben lontana dal nostro sentire e da balletti e canzoni: Sholay, alla fine della fiera, è davvero un ottimo film.

Qui la cura nel dettaglio è assoluta e capace di lasciare spazio, senza soluzione di continuità, ad azione, dramma, romanticismo, commedia demenziale, musical e melodramma. Ed è incredibile come il tutto non risulti mai fuori luogo ma perfettamente calibrato in un meccanismo che ha bisogno di tutte le sue componenti per funzionare. Non lasciatevi ingannare dall’aspetto improbabile dei protagonisti, da una recitazione ben lontana dal nostro sentire e da balletti e canzoni: Sholay, alla fine della fiera, è davvero un ottimo film.

In Sholay sembrano esserci almeno 100 film in uno, tanti sono i generi e le suggestioni che contiene. Un mix assolutamente folle che funziona in modo sorprendente. Sa divertire e intrattenere: dategli una chance.

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una moglie

John Cassavetes
(1974)

una moglie John Cassavetes (1974)

Un dramma familiare estenuante e realistico, che mette al centro una donna e suo marito, il loro difficile e complicato rapporto e la loro profonda instabilità emotiva e caratteriale che si ripercuoterà con forza nei rapporti con la famiglia, con gli amici e, soprattutto, con i figli. Una Moglie mette al centro della scena una magistrale Gena Rowlands, in una delle interpretazioni femminili emotivamente più forti e riuscite della storia del cinema: la sua Mabel è una donna libera e fuori dagli schemi, con un carattere volubile e instabile, intrappolata in una matrimonio e in un legame di coppia complicato e ondivago, che non farà altro che aumentare le sue già forti fragilità

Un dramma familiare estenuante e realistico, che mette al centro una donna e suo marito, il loro difficile e complicato rapporto e la loro profonda instabilità emotiva e caratteriale che si ripercuoterà con forza nei rapporti con la famiglia, con gli amici e, soprattutto, con i figli. Una Moglie mette al centro della scena una magistrale Gena Rowlands, in una delle interpretazioni femminili emotivamente più forti e riuscite della storia del cinema: la sua Mabel è una donna libera e fuori dagli schemi, con un carattere volubile e instabile, intrappolata in una matrimonio e in un legame di coppia complicato e ondivago, che non farà altro che aumentare le sue già forti fragilità

Il film è molto arguto nel non emettere giudizi, nel lasciare più di un dubbio allo spettatore: è davvero Mabel ad avere qualcosa che non va o è tutto ciò che la circonda ad essere sbagliato e ad averla resa così? Peter Falk è il contrappunto perfetto, un italoamericano incapace di comprendere la donna che dice di amare e di prendersi cura di lei: i suoi momenti di dolcezza e violenza, i suoi errori e le sue colpe sono palesi, ma anche qui il giudizio non viene espresso: in che modo si sarebbe potuto comportare? Cosa avrebbe dovuto fare di diverso?

Il film è molto arguto nel non emettere giudizi, nel lasciare più di un dubbio allo spettatore: è davvero Mabel ad avere qualcosa che non va o è tutto ciò che la circonda ad essere sbagliato e ad averla resa così? Peter Falk è il contrappunto perfetto, un italoamericano incapace di comprendere la donna che dice di amare e di prendersi cura di lei: i suoi momenti di dolcezza e violenza, i suoi errori e le sue colpe sono palesi, ma anche qui il giudizio non viene espresso: in che modo si sarebbe potuto comportare? Cosa avrebbe dovuto fare di diverso?

John Cassavetes dà vita a un quadro famigliare problematico ma tremendamente ancorato alla realtà, giocato su poche e lunghissime scene tutte una più bella dell’altra. Un ritratto duro e attento ai dettagli, guidato da prove attoriali di assoluto livello: Una Moglie è un film sincero e autentico da parte di un regista voglioso di uscire dagli schemi precostituiti della finzione, perché la famiglia perfetta di cinema e tv non è mai esistita e mai esisterà.

John Cassavetes dà vita a un quadro famigliare problematico ma tremendamente ancorato alla realtà, giocato su poche e lunghissime scene tutte una più bella dell’altra. Un ritratto duro e attento ai dettagli, guidato da prove attoriali di assoluto livello: Una Moglie è un film sincero e autentico da parte di un regista voglioso di uscire dagli schemi precostituiti della finzione, perché la famiglia perfetta di cinema e tv non è mai esistita e mai esisterà.

Una protagonista femminile interpretata in maniera magistrale per un ritratto tra i più veri e credibili della storia del cinema. Una Moglie di John Cassavetes è davvero un film potente.

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the harder
they come

Perry Henzell
(1972)

the harder they come Perry Henzell (1972)

Avete presente i mitici musicarelli all’italiana, quei film pieni di canzoni con Gianni Morandi, Nino D’Angelo o Albano? Ecco, The Harder They Come fa più o meno la stessa cosa, crea un film dove sono le canzoni a fare da filo conduttore, ma con uno spirito di fondo ben diverso e ben lontano dal romanticismo nostrano e dai buoni sentimenti. Nel film di Perry Henzell è il cantante reggae Jimmy Cliff ad essere protagonista e a interpretare un ragazzo di campagna giamaicano in cerca di fortuna nella grande città, con la voglia di diventare un cantante affermato. Le cose non andranno per il verso giusto e l’uomo si ritroverà invischiato in brutti affari: diventerà si famoso come desiderava, ma come fuorilegge, criminale e assassino.

Avete presente i mitici musicarelli all’italiana, quei film pieni di canzoni con Gianni Morandi, Nino D’Angelo o Albano? Ecco, The Harder They Come fa più o meno la stessa cosa, crea un film dove sono le canzoni a fare da filo conduttore, ma con uno spirito di fondo ben diverso e ben lontano dal romanticismo nostrano e dai buoni sentimenti. Nel film di Perry Henzell è il cantante reggae Jimmy Cliff ad essere protagonista e a interpretare un ragazzo di campagna giamaicano in cerca di fortuna nella grande città, con la voglia di diventare un cantante affermato. Le cose non andranno per il verso giusto e l’uomo si ritroverà invischiato in brutti affari: diventerà si famoso come desiderava, ma come fuorilegge, criminale e assassino.

Più duro è, più forte cade - questo il titolo italiano - è uno spaccato della Giamaica di quegli anni, che accese le luci e la ribalta internazionale su una cultura e un genere musicale fino a quel momento relegati ai margini. Le interpretazioni non certo memorabili dei protagonisti vengono bilanciate da una forma molto affine al cinema indipendente americano di quegli anni, limitato nei mezzi ma creativo e fuori dagli schemi nella messa in scena.

Più duro è, più forte cade - questo il titolo italiano - è uno spaccato della Giamaica di quegli anni, che accese le luci e la ribalta internazionale su una cultura e un genere musicale fino a quel momento relegati ai margini. Le interpretazioni non certo memorabili dei protagonisti vengono bilanciate da una forma molto affine al cinema indipendente americano di quegli anni, limitato nei mezzi ma creativo e fuori dagli schemi nella messa in scena.

Apparentemente simile a un videoclip, il film si rivela invece piuttosto crudo e nervoso, sia nel montaggio che in una camera dal piglio documentaristico, che sembra voler fare di tutto per mostrare il mondo per quello che è, senza troppe remore o filtri. Una storia di violenza e povertà, di sogni infranti e canzoni intramontabili.

Apparentemente simile a un videoclip, il film si rivela invece piuttosto crudo e nervoso, sia nel montaggio che in una camera dal piglio documentaristico, che sembra voler fare di tutto per mostrare il mondo per quello che è, senza troppe remore o filtri. Una storia di violenza e povertà, di sogni infranti e canzoni intramontabili.

Un film molto importante per gli anni '70, capace come pochi di accendere le luci sulla Giamaica e su un contesto sociale dove a dominare erano spesso le ombre e le zone oscure. Giallo e Musical si uniscono in un mix molto particolare.

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paese del 
silenzio e
dell’oscurità

Werner Herzog
(1971)

paese del silenzio e dell’oscurità Werner Herzog (1971)

Dividendo il suo racconto in capitoli, Werner Herzog ci porta a stretto contatto con una delle tante realtà sotterranee e trascurate che abitano la nostra società: lo fa nel 1971, anno in cui l’interesse verso certe tematiche era ancora minore rispetto a quello già di per se ridicolo dei giorni nostri. Partendo dalla vita di Fini Straubinger, donna che ha perso per un incidente la vista e l’udito, il regista tedesco ci porta a scoprire le difficoltà dei sordo-ciechi, persone affette da una disabilità che gli impedisce, di fatto, di comunicare con il resto del mondo.

Dividendo il suo racconto in capitoli, Werner Herzog ci porta a stretto contatto con una delle tante realtà sotterranee e trascurate che abitano la nostra società: lo fa nel 1971, anno in cui l’interesse verso certe tematiche era ancora minore rispetto a quello già di per se ridicolo dei giorni nostri. Partendo dalla vita di Fini Straubinger, donna che ha perso per un incidente la vista e l’udito, il regista tedesco ci porta a scoprire le difficoltà dei sordo-ciechi, persone affette da una disabilità che gli impedisce, di fatto, di comunicare con il resto del mondo.

La donna è la perfetta chiave d’accesso al mondo dei sordociechi perché, a differenza della maggior parte di loro, non è già nata con questo doppio handicap. Herzog decide così di piantarsi vicino a lei con la sua telecamera e di accompagnarla nella sua eterna crociata per la Baviera, ad aiutare varie comunità, associazioni o persone a trovare un posto in un mondo dove ciechi e sordi sono di fatto esclusi dalla vita sociale.

La donna è la perfetta chiave d’accesso al mondo dei sordociechi perché, a differenza della maggior parte di loro, non è già nata con questo doppio handicap. Herzog decide così di piantarsi vicino a lei con la sua telecamera e di accompagnarla nella sua eterna crociata per la Baviera, ad aiutare varie comunità, associazioni o persone a trovare un posto in un mondo dove ciechi e sordi sono di fatto esclusi dalla vita sociale.

I vari incontri, le spiegazioni di Fini e i contrappunti della voce fuori campo di Herzog diventano documenti preziosi e importanti, di rara umanità, capaci di innescare un rinnovato senso di comprensione verso problemi altrimenti sconosciuti. Le parole dei diretti interessati vengono arricchite dall’occhio sempre attendo del regista, capace di muoversi con disinvoltura, cogliere dettagli inattesi, metterci sempre al posto giusto per capire al meglio ciò che ci circonda e fare luce nelle strade buie del paese del silenzio e dell’oscurità.

I vari incontri, le spiegazioni di Fini e i contrappunti della voce fuori campo di Herzog diventano documenti preziosi e importanti, di rara umanità, capaci di innescare un rinnovato senso di comprensione verso problemi altrimenti sconosciuti. Le parole dei diretti interessati vengono arricchite dall’occhio sempre attendo del regista, capace di muoversi con disinvoltura, cogliere dettagli inattesi, metterci sempre al posto giusto per capire al meglio ciò che ci circonda e fare luce nelle strade buie del paese del silenzio e dell’oscurità.

Werner Herzog in un documentario capace, alle porte degli anni '70, di raccontare storie di cui nessuno si era mai occupato. Paese del Silenzio e dell'Oscurità racconta dei sordociechi e della loro fino a quel momento quasi sconosciuta condizione.

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harold e 
maude

Hal Ashby
(1971)

harold e maude Hal Ashby (1971)

Hal Ashby ha sempre avuto uno sguardo unico sul mondo, rivoluzionario per la sua epoca, in piena sintonia con i sentimenti della New Hollywood e di una società che voleva distaccarsi dal suo passato per provare ad essere diversa, anticonformista, ribelle o, semplicemente, più libera. Harold e Maude è il racconto dello strano rapporto tra un giovane all’inizio dell’età adulta e una donna alla fine della sua vita: i due poli opposti, sotto tutti i punti di vista, intraprenderanno un viaggio spensierato, felice, ma anche doloroso che li cambierà per sempre.

Hal Ashby ha sempre avuto uno sguardo unico sul mondo, rivoluzionario per la sua epoca, in piena sintonia con i sentimenti della New Hollywood e di una società che voleva distaccarsi dal suo passato per provare ad essere diversa, anticonformista, ribelle o, semplicemente, più libera. Harold e Maude è il racconto dello strano rapporto tra un giovane all’inizio dell’età adulta e una donna alla fine della sua vita: i due poli opposti, sotto tutti i punti di vista, intraprenderanno un viaggio spensierato, felice, ma anche doloroso che li cambierà per sempre.

Tutto poteva dar vita al più classico dei film emotivamente impegnati, una di quelle parabole tra gioia e tristezza che abbiamo visto milioni di volte, ma questa storia è profondamente diversa dalle altre. In primo luogo il film non si prende mai sul serio, sfocia spesso e volentieri nel surrealismo e nella follia e ci propone due protagonisti totalmente fuori dagli schemi sociali, due “diversi” incurabili. Harold è un ragazzino solo e turbato, a cui piace andare ai funerali e far finta di suicidarsi in modi ogni volta più creativi davanti a sua madre; anche a Maude piace andare ai funerali ma il suo è solo un desiderio di viaggiare a tutta velocità a cavallo della vita, tra sorrisi, spensieratezza e auto rubate.

Tutto poteva dar vita al più classico dei film emotivamente impegnati, una di quelle parabole tra gioia e tristezza che abbiamo visto milioni di volte, ma questa storia è profondamente diversa dalle altre. In primo luogo il film non si prende mai sul serio, sfocia spesso e volentieri nel surrealismo e nella follia e ci propone due protagonisti totalmente fuori dagli schemi sociali, due “diversi” incurabili. Harold è un ragazzino solo e turbato, a cui piace andare ai funerali e far finta di suicidarsi in modi ogni volta più creativi davanti a sua madre; anche a Maude piace andare ai funerali ma il suo è solo un desiderio di viaggiare a tutta velocità a cavallo della vita, tra sorrisi, spensieratezza e auto rubate.

Uno rappresenta la morte, l’altro la vita ed entrambi, alla fine, riceveranno qualcosa dal loro incontro. Il film fa sorridere e riflettere, racconta molto bene alcuni aspetti della modernità e regala momenti davvero riusciti, valorizzati da un Ashby in stato di grazia, capace di accompagnare il tutto con inquadrature evocative e profonde e scene che rimangono impresse per la loro impareggiabile forza simbolica.

Uno rappresenta la morte, l’altro la vita ed entrambi, alla fine, riceveranno qualcosa dal loro incontro. Il film fa sorridere e riflettere, racconta molto bene alcuni aspetti della modernità e regala momenti davvero riusciti, valorizzati da un Ashby in stato di grazia, capace di accompagnare il tutto con inquadrature evocative e profonde e scene che rimangono impresse per la loro impareggiabile forza simbolica.

Hal Ashby sempre troppo sottovalutato: Harold e Maude è un film delizioso, una storia d'amore che è anche un inno alla vita e a conservare la propria unicità.

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arancia
meccanica

stanley 
kubrick
(1971)

arancia meccanica stanley kubrick (1971)

Difficile non trovare capolavori nell’incredibile filmografia di Stanley Kubrick. Difficile, nonostante tutto, non considerare Arancia Meccanica come uno dei suoi lavori più potenti e iconici. Un atto di coraggio incredibile e assoluto per un film sovversivo sotto tutti i punti di vista, che immagina un futuro distopico e indefinito, raccontato attraverso un uso originale dell’estetica, delle scenografie, dei costumi e del linguaggio. Al centro della scena il giovane Alex, teppista che con il suo gruppo di amici si dedica alla pratica dell’ultraviolenza, macchiandosi di atti terribili per puro piacere personale.

Difficile non trovare capolavori nell’incredibile filmografia di Stanley Kubrick. Difficile, nonostante tutto, non considerare Arancia Meccanica come uno dei suoi lavori più potenti e iconici. Un atto di coraggio incredibile e assoluto per un film sovversivo sotto tutti i punti di vista, che immagina un futuro distopico e indefinito, raccontato attraverso un uso originale dell’estetica, delle scenografie, dei costumi e del linguaggio. Al centro della scena il giovane Alex, teppista che con il suo gruppo di amici si dedica alla pratica dell’ultraviolenza, macchiandosi di atti terribili per puro piacere personale.

Le cose cambieranno radicalmente quando il ragazzo verrà tradito dai compagni, incarcerato e inserito in uno sperimentale programma di rieducazione che lo priverà della sua stessa identità. A un primo sguardo il film potrebbe essere pensato come un semplice quanto creativo sfoggio di violenza folle e insensata, ma in realtà Arancia Meccanica fa molto di più, approfondendo quella violenza e analizzandone le declinazioni più profonde. E quella che Kubrick ci mostra è una società profondamente crudele, che vuole fermare la violenza con altra violenza.

Le cose cambieranno radicalmente quando il ragazzo verrà tradito dai compagni, incarcerato e inserito in uno sperimentale programma di rieducazione che lo priverà della sua stessa identità. A un primo sguardo il film potrebbe essere pensato come un semplice quanto creativo sfoggio di violenza folle e insensata, ma in realtà Arancia Meccanica fa molto di più, approfondendo quella violenza e analizzandone le declinazioni più profonde. E quella che Kubrick ci mostra è una società profondamente crudele, che vuole fermare la violenza con altra violenza.

Inserito in un sistema di regole e leggi, Alex si trova a subire una sorte terribile, rinchiuso in una morsa di soprusi senza scampo dopo la quale non sarà più lo stesso. Arancia Meccanica immagina un futuro immaginario ma in una società che è la copia carbone della nostra: una denuncia beffarda, glaciale e cinica del nostro mondo e della nostra società, di chi ci governa e dei mostri che ogni giorno riesce a partorire. Siamo figli di una madre che ci ha creato ma a cui non siamo mai piaciuti e che cerca ogni giorno di nasconderci e sopprimerci, piuttosto che aiutarci.

Inserito in un sistema di regole e leggi, Alex si trova a subire una sorte terribile, rinchiuso in una morsa di soprusi senza scampo dopo la quale non sarà più lo stesso. Arancia Meccanica immagina un futuro immaginario ma in una società che è la copia carbone della nostra: una denuncia beffarda, glaciale e cinica del nostro mondo e della nostra società, di chi ci governa e dei mostri che ogni giorno riesce a partorire. Siamo figli di una madre che ci ha creato ma a cui non siamo mai piaciuti e che cerca ogni giorno di nasconderci e sopprimerci, piuttosto che aiutarci.

Film che non ha bisogno di troppe presentazioni: capolavoro vero della settima arte, un po' come tanti altri film di Kubrick.

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un uomo da
marciapiede

John 
Schlesinger
(1969)

un uomo da marciapiede John Schlesinger (1969)

La New Hollywood, come tutte le ondate di “nuovo cinema” di quegli anni, era decisa a raccontare storie che nessuno voleva sentirsi raccontare e a farlo in un modo del tutto diverso dal solito. Un atto di coraggio non indifferente, soprattutto negli Stati Uniti, patria da sempre del cinema più classico e commerciale. John Schlesinger, insieme a Waldo Salt, decise di adattare per il grande schermo una storia che nessuno, fino a pochi anni prima, avrebbe avuto il coraggio di raccontare: Joe parte dal Texas per New York in cerca di fortuna, convinto di fare soldi facili facendo il gigolò per donne facoltose; tutto andrà malissimo ma l’uomo troverà inatteso conforto nell’amicizia con uno scapestrato truffatore.

La New Hollywood, come tutte le ondate di “nuovo cinema” di quegli anni, era decisa a raccontare storie che nessuno voleva sentirsi raccontare e a farlo in un modo del tutto diverso dal solito. Un atto di coraggio non indifferente, soprattutto negli Stati Uniti, patria da sempre del cinema più classico e commerciale. John Schlesinger, insieme a Waldo Salt, decise di adattare per il grande schermo una storia che nessuno, fino a pochi anni prima, avrebbe avuto il coraggio di raccontare: Joe parte dal Texas per New York in cerca di fortuna, convinto di fare soldi facili facendo il gigolò per donne facoltose; tutto andrà malissimo ma l’uomo troverà inatteso conforto nell’amicizia con uno scapestrato truffatore.

Un Uomo da Marciapiede è il sogno americano al contrario, uno spaccato crudo di una vita urbana molto diversa da quella luci e paillettes raccontata fino a quel momento: una società indifferente, cinica, dove la povertà dilaga, la ricchezza è per pochi e la diversità viene ghettizzata ed emarginata. Un film duro e toccante, che riesce a non prendersi sul serio e che prova a trovare un certo grado di consolazione nell’umanità spontanea e sincera dei due protagonisti. Dustin Hoffman e Jon Voight non solo danno vita a due interpretazioni magistrali, ma ci regalano due personaggi di profonda sensibilità, due anime che lasciano il segno e commuovono, due spiragli di luce in un mondo terribile.

Un Uomo da Marciapiede è il sogno americano al contrario, uno spaccato crudo di una vita urbana molto diversa da quella luci e paillettes raccontata fino a quel momento: una società indifferente, cinica, dove la povertà dilaga, la ricchezza è per pochi e la diversità viene ghettizzata ed emarginata. Un film duro e toccante, che riesce a non prendersi sul serio e che prova a trovare un certo grado di consolazione nell’umanità spontanea e sincera dei due protagonisti. Dustin Hoffman e Jon Voight non solo danno vita a due interpretazioni magistrali, ma ci regalano due personaggi di profonda sensibilità, due anime che lasciano il segno e commuovono, due spiragli di luce in un mondo terribile.

Schlesinger contorna tutto questo con uno fortissimo spirito anarchico, infarcendo il film di efficaci carrellate, montaggi musicali e flash continui, inserti quasi “lisergici” nella messa in scena tradizionale che approfondiscono la storia scavando dentro i personaggi e la loro testa. Un film classico e innovativo allo stesso tempo, tra i primi ad avere il coraggio di raccontare cose e affrontare temi di cui il cinema sembrava non volersi occupare. Ma il cambiamento ormai non poteva più essere fermato.

Schlesinger contorna tutto questo con uno fortissimo spirito anarchico, infarcendo il film di efficaci carrellate, montaggi musicali e flash continui, inserti quasi “lisergici” nella messa in scena tradizionale che approfondiscono la storia scavando dentro i personaggi e la loro testa. Un film classico e innovativo allo stesso tempo, tra i primi ad avere il coraggio di raccontare cose e affrontare temi di cui il cinema sembrava non volersi occupare. Ma il cambiamento ormai non poteva più essere fermato.

Un film seminale, importantissimo esponente di un nuovo modo di fare cinema in America alle porte degli anni '70. Midnight Cowboy è bellissimo e con due protagonisti indimenticabili.

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kes

ken loach
(1969)

kes ken loach (1969)

Tra i principali esponenti del free cinema inglese, Ken Loach fu uno dei numi tutelari di un nuovo modo di fare film in Regno Unito, capace di sfuggire alle tradizioni di un modo di intendere l’arte superato. Un cinema vicino alla gente, capace di raccontare il reale senza filtri e di raccontarlo da una prospettiva di critica politica e sociale molto forte. Kes è un manifesto fortissimo di questo nuovo modo di raccontare la realtà: la storia è quella di un ragazzino povero ed emarginato, inserito in contesti sociali che dovrebbero aiutarlo ma che non fanno altro se non spingerlo sempre più a fondo.

Tra i principali esponenti del free cinema inglese, Ken Loach fu uno dei numi tutelari di un nuovo modo di fare film in Regno Unito, capace di sfuggire alle tradizioni di un modo di intendere l’arte superato. Un cinema vicino alla gente, capace di raccontare il reale senza filtri e di raccontarlo da una prospettiva di critica politica e sociale molto forte. Kes è un manifesto fortissimo di questo nuovo modo di raccontare la realtà: la storia è quella di un ragazzino povero ed emarginato, inserito in contesti sociali che dovrebbero aiutarlo ma che non fanno altro se non spingerlo sempre più a fondo.

Una famiglia allo sbando, una scuola che punisce invece che educare, lo sport che diventa fonte di umiliazione e degrado, una società che lo giudica e lo affossa piuttosto che alimentarne le speranze. Il giovane Billy troverà nell’addestramento di un falco l’unica vera ragione di vita, nonché una chiave fondamentale per crescere, maturare, interessarsi a qualcosa e avere stimoli, l’unica chance per garantirsi un sogno di futuro.

Una famiglia allo sbando, una scuola che punisce invece che educare, lo sport che diventa fonte di umiliazione e degrado, una società che lo giudica e lo affossa piuttosto che alimentarne le speranze. Il giovane Billy troverà nell’addestramento di un falco l’unica vera ragione di vita, nonché una chiave fondamentale per crescere, maturare, interessarsi a qualcosa e avere stimoli, l’unica chance per garantirsi un sogno di futuro.

Kes è un film con una poetica fortissima, una fotografia che permette di scavare dentro i personaggi e i luoghi che abitano e uno sguardo della macchina da presa mai troppo vicino ma nemmeno lontano, che permette di immedesimarsi emotivamente con i personaggi ma anche di guardare al quadro generale con forte spirito critico. Un grande film, duro ma toccante, capace di alternare cinismo e dolcezza: veloce, forte e spietato come un falco, ma anche libero, potente, maestoso e bellissimo.

Kes è un film con una poetica fortissima, una fotografia che permette di scavare dentro i personaggi e i luoghi che abitano e uno sguardo della macchina da presa mai troppo vicino ma nemmeno lontano, che permette di immedesimarsi emotivamente con i personaggi ma anche di guardare al quadro generale con forte spirito critico. Un grande film, duro ma toccante, capace di alternare cinismo e dolcezza: veloce, forte e spietato come un falco, ma anche libero, potente, maestoso e bellissimo.

Tornano i #FilmFuoriTempo e voliamo alla fine degli anni '60 con questa piccola perla firmata Ken Loach. Kes è un film delicato ma di grande forza.

#Cinema #CineSky #RecensioniFuoriTempo

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c’era una volta il west

sergio leone 
(1968)

c’era una volta il west sergio leone (1968)

Il film western definitivo? Non tutti sarebbero d’accordo. Uno dei capolavori più splendenti della storia del cinema? Senza alcun dubbio. Con C’era una volta il West Sergio Leone ribadisce la sua grandezza creando, di fatto, la summa perfetta non solo di tutto il suo cinema, ma anche un omaggio sentito e sincero a tutto il genere e ai grandi maestri americani che, insieme a lui, lo hanno reso grande. Il film cita (e spesso ribalta), a volte in modo palese, altre in modo piuttosto sottile, altre ancora senza nemmeno rendersene conto, alcune scene, momenti o stilemi dei più importanti film western della storia.

Il film western definitivo? Non tutti sarebbero d’accordo. Uno dei capolavori più splendenti della storia del cinema? Senza alcun dubbio. Con C’era una volta il West Sergio Leone ribadisce la sua grandezza creando, di fatto, la summa perfetta non solo di tutto il suo cinema, ma anche un omaggio sentito e sincero a tutto il genere e ai grandi maestri americani che, insieme a lui, lo hanno reso grande. Il film cita (e spesso ribalta), a volte in modo palese, altre in modo piuttosto sottile, altre ancora senza nemmeno rendersene conto, alcune scene, momenti o stilemi dei più importanti film western della storia.

Per farlo decide di raccontare una storia di corruzione e vendetta, dove un solitario giustiziere senza nome si ritrova insieme alla sua armonica sulla strada, costellata di sangue e denaro, di una ferrovia in costruzione. Il film si gioca tutto su strettissimi primi piani, silenzi prolungati e scene tutte costruite su una “tensione del nulla”, dove succede poco ma il pericolo è sempre palpabile e pressante; a puntellare questa ricerca della perfezione una sceneggiatura pregevole, fatta di poche e iconiche battute, frasi ad effetto e scambi fulminanti che valorizzano ed esaltano in maniera indelebile ogni personaggio.

Per farlo decide di raccontare una storia di corruzione e vendetta, dove un solitario giustiziere senza nome si ritrova insieme alla sua armonica sulla strada, costellata di sangue e denaro, di una ferrovia in costruzione. Il film si gioca tutto su strettissimi primi piani, silenzi prolungati e scene tutte costruite su una “tensione del nulla”, dove succede poco ma il pericolo è sempre palpabile e pressante; a puntellare questa ricerca della perfezione una sceneggiatura pregevole, fatta di poche e iconiche battute, frasi ad effetto e scambi fulminanti che valorizzano ed esaltano in maniera indelebile ogni personaggio.

Altrettanto importante il suono inconfondibile di Ennio Morricone e quell’armonica che esplode continuamente con il suo carico pesantissimo di pathos e drammaticità: C’era una volta il West ci racconta una fiaba, un tempo dove tutto ciò che aveva contraddistinto quel mondo fino a quel momento stava inevitabilmente per sparire, travolto da una modernità lenta e implacabile, che si muoveva a passi sempre più svelti su binari sempre più lunghi. La fine di un’epoca che si fa film, nostalgico e malinconico come il sole che tramonta all’orizzonte, quello di un giorno che finisce e di un altro che sta per iniziare, che lo si voglia o meno.

Altrettanto importante il suono inconfondibile di Ennio Morricone e quell’armonica che esplode continuamente con il suo carico pesantissimo di pathos e drammaticità: C’era una volta il West ci racconta una fiaba, un tempo dove tutto ciò che aveva contraddistinto quel mondo fino a quel momento stava inevitabilmente per sparire, travolto da una modernità lenta e implacabile, che si muoveva a passi sempre più svelti su binari sempre più lunghi. La fine di un’epoca che si fa film, nostalgico e malinconico come il sole che tramonta all’orizzonte, quello di un giorno che finisce e di un altro che sta per iniziare, che lo si voglia o meno.

Un film che non ha bisogno di troppe presentazioni. C'era una volta il West è uno dei film più importanti di Sergio Leone, uno dei western più belli di tutti i tempi e uno dei più grandi capolavori della storia del cinema. Senza se e senza ma.

#Cinema #FilmFuoriTempo #RecensioniFuoriTempo

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bella di giorno

Luis Buñuel
(1967)

bella di giorno Luis Buñuel (1967)

Molti lo ricordano per il latente erotismo 
che lo pervade, per una bellissima Catherine Deneuve e per le polemiche e censure che colpirono il film alla sua uscita, ma Bella di Giorno di Luis Buñuel è tanto di più. Superficialmente è la storia di una casalinga stanca e annoiata, con una vita standard e un marito che non riesce ad amare che decide di fare la prostituta per sentirsi viva e uscire dalla routine quotidiana, provando quelle emozioni che la vita matrimoniale non riesce più a regalarle. A livello più profondo, il film è invece una potente analisi metaforica e psicanalitica dei desideri e delle fobie di una donna alla ricerca di se stessa e della sua dimensione, nonché un trattato che esteriorizza pulsioni e perversioni sessuali di cui nessuno aveva il coraggio di parlare, soprattutto alla fine degli anni ‘60.

Molti lo ricordano per il latente erotismo che lo pervade, per una bellissima Catherine Deneuve e per le polemiche e censure che colpirono il film alla sua uscita, ma Bella di Giorno di Luis Buñuel è tanto di più. Superficialmente è la storia di una casalinga stanca e annoiata, con una vita standard e un marito che non riesce ad amare che decide di fare la prostituta per sentirsi viva e uscire dalla routine quotidiana, provando quelle emozioni che la vita matrimoniale non riesce più a regalarle. A livello più profondo, il film è invece una potente analisi metaforica e psicanalitica dei desideri e delle fobie di una donna alla ricerca di se stessa e della sua dimensione, nonché un trattato che esteriorizza pulsioni e perversioni sessuali di cui nessuno aveva il coraggio di parlare, soprattutto alla fine degli anni ‘60.

Buñuel mette lo spettatore faccia a faccia con un erotismo e un modo di vedere la sessualità che nessuno aveva il coraggio di affrontare con tale libertà, adottando, tra l’altro, un punto di vista tutto femminile sulla faccenda. Il vero colpo di genio è aggiungere a tutto questo uno strato di subconscio prominente e ingombrante, un sovrapporsi continuo delle dimensioni del sogno e del reale, un volerci mostrare cosa si nasconde nell’animo più profondo della protagonista, spiegando le azioni tramite l’uso del non detto e delle emozioni.

Buñuel mette lo spettatore faccia a faccia con un erotismo e un modo di vedere la sessualità che nessuno aveva il coraggio di affrontare con tale libertà, adottando, tra l’altro, un punto di vista tutto femminile sulla faccenda. Il vero colpo di genio è aggiungere a tutto questo uno strato di subconscio prominente e ingombrante, un sovrapporsi continuo delle dimensioni del sogno e del reale, un volerci mostrare cosa si nasconde nell’animo più profondo della protagonista, spiegando le azioni tramite l’uso del non detto e delle emozioni.

Una dimensione surreale imprescindibile per il regista spagnolo che trova il suo perfetto compimento in un finale drammatico e tragico (con il monito anticipatorio della sedia a rotelle), rapidamente spodestato da un sogno ad occhi aperti (e suono di campanelle) alla “e vissero tutti felici e contenti”.

Una dimensione surreale imprescindibile per il regista spagnolo che trova il suo perfetto compimento in un finale drammatico e tragico (con il monito anticipatorio della sedia a rotelle), rapidamente spodestato da un sogno ad occhi aperti (e suono di campanelle) alla “e vissero tutti felici e contenti”.

Sempre un passo avanti a tutti: Luis Bunuel è stato un innovatore sotto tutti i punti di vista. Con Bella di Giorno, alle porte degli anni '70 diede vita a una storia tutta al femminile dal fortissimo impatto.

#Cinema #FilmFuoriTempo #RecensioniFuoriTempo

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il laureato

Mike Nichols
(1967)

il laureato Mike Nichols (1967)

Uno dei film più iconici e amati della storia del cinema, raro caso in cui critica e pubblico sono concordi nel considerarlo un piccolo capolavoro. Le sue scene, i suoi protagonisti, la sua mitica colonna sonora e alcune delle sue più riuscite inquadrature sono entrati di diritto nell’immaginario collettivo, scavalcando gli stessi confini cinematografici. Il Laureato è la storia di un giovane smarrito, che ha perso se stesso e la voglia di vivere e non riesce a confrontarsi con una società “vecchia” che gli chiede di prendersi il suo posto in un mondo che non lo capisce, non lo comprende e non lo stimola.

Uno dei film più iconici e amati della storia del cinema, raro caso in cui critica e pubblico sono concordi nel considerarlo un piccolo capolavoro. Le sue scene, i suoi protagonisti, la sua mitica colonna sonora e alcune delle sue più riuscite inquadrature sono entrati di diritto nell’immaginario collettivo, scavalcando gli stessi confini cinematografici. Il Laureato è la storia di un giovane smarrito, che ha perso se stesso e la voglia di vivere e non riesce a confrontarsi con una società “vecchia” che gli chiede di prendersi il suo posto in un mondo che non lo capisce, non lo comprende e non lo stimola.

Mike Nichols condisce il tutto con uno stile molto lontano dagli standard dell’epoca e da quello che, a rigor di logica, doveva essere un leggero dramma sentimentale: le contestazioni del ‘68 non erano ancora cominciate, ma il film pianta al suo interno tutti i semi di quelli che sarebbero stati i moti degli anni successivi. Un’opera a suo modo reazionaria, che vuole rompere il conformismo imperante di quegli anni, raccontando e mostrandoci una storia capace di rompere ogni schema, dallo scabroso rapporto tra un ragazzo e una donna molto più vecchia, sino all’iconica fuga senza meta verso la libertà dei due giovani nel finale.

Mike Nichols condisce il tutto con uno stile molto lontano dagli standard dell’epoca e da quello che, a rigor di logica, doveva essere un leggero dramma sentimentale: le contestazioni del ‘68 non erano ancora cominciate, ma il film pianta al suo interno tutti i semi di quelli che sarebbero stati i moti degli anni successivi. Un’opera a suo modo reazionaria, che vuole rompere il conformismo imperante di quegli anni, raccontando e mostrandoci una storia capace di rompere ogni schema, dallo scabroso rapporto tra un ragazzo e una donna molto più vecchia, sino all’iconica fuga senza meta verso la libertà dei due giovani nel finale.

Tutto ci porta verso quelli che poi sarebbero stati i grandi cambiamenti che avrebbero sconvolto il mondo e la società in generale: i giovani richiedevano il loro spazio, lo sentivano come una necessità incipiente e inarrestabile; e questo film, con la sua delicatezza e semplicità, i suoi toni pacati e le sue inventive, lo aveva capito prima di tutti.

Tutto ci porta verso quelli che poi sarebbero stati i grandi cambiamenti che avrebbero sconvolto il mondo e la società in generale: i giovani richiedevano il loro spazio, lo sentivano come una necessità incipiente e inarrestabile; e questo film, con la sua delicatezza e semplicità, i suoi toni pacati e le sue inventive, lo aveva capito prima di tutti.

Un film che non ha bisogno di troppe presentazioni. Il Laureato anticipò tante riflessioni degli anni successivi, soprattutto sul rapporto tra le nuove generazioni e il mondo in cui si trovavano a crescere. Intramontabile

#Cinema #FilmFuoriTempo #CineSky #RecensioniFuoriTempo

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persona

ingmar bergman
(1966)

persona ingmar bergman (1966)

Una seduta psicanalitica surreale e spaventosa: si potrebbe riassumere così questo criptico quanto potentissimo racconto per immagini e parole di Ingmar Bergman. Persona racconta dello strano rapporto tra due donne, paziente e infermiera. La prima, attrice di successo, ha deciso di chiudersi in un mutismo assoluto e apparentemente inspiegabile; la seconda, giovane e inesperta, si prende cura di lei, prima in ospedale e poi in un’isolata casa al mare.

Una seduta psicanalitica surreale e spaventosa: si potrebbe riassumere così questo criptico quanto potentissimo racconto per immagini e parole di Ingmar Bergman. Persona racconta dello strano rapporto tra due donne, paziente e infermiera. La prima, attrice di successo, ha deciso di chiudersi in un mutismo assoluto e apparentemente inspiegabile; la seconda, giovane e inesperta, si prende cura di lei, prima in ospedale e poi in un’isolata casa al mare.

Tra i due si instaurerà un rapporto molto particolare, a senso unico: la paziente ascolta, l’infermiera racconta tutto di se, dai suoi traumi ai suoi sentimenti, innamorandosi della donna di cui dovrebbe solo prendersi cura. Tutto sembra essere corrisposto, ma dietro quei silenzi si nascondono traumi ancora più forti e una morbosa curiosità che presto rovinerà tutto.

Tra i due si instaurerà un rapporto molto particolare, a senso unico: la paziente ascolta, l’infermiera racconta tutto di se, dai suoi traumi ai suoi sentimenti, innamorandosi della donna di cui dovrebbe solo prendersi cura. Tutto sembra essere corrisposto, ma dietro quei silenzi si nascondono traumi ancora più forti e una morbosa curiosità che presto rovinerà tutto.

Il film finirà per sovrapporre le due donne, per farle diventare una cosa sola, scambiandole e confondendole l’una con l’altra; il tutto mentre Bergman si diverte a mettere la telecamera a due passi dal volto delle due protagoniste, a farci entrare direttamente nella loro testa con sequenze di immagini orrorifiche e disturbanti e distorsioni metacinematografiche davvero riuscite. Il resto lo fanno dialoghi profondi e racconti di vita vissuta, in un’analisi psicologica molto potente di due donne, dei loro desideri, delle loro paure e dei loro sentimenti: un ritratto umano tanto enigmatico quanto potente.

Il film finirà per sovrapporre le due donne, per farle diventare una cosa sola, scambiandole e confondendole l’una con l’altra; il tutto mentre Bergman si diverte a mettere la telecamera a due passi dal volto delle due protagoniste, a farci entrare direttamente nella loro testa con sequenze di immagini orrorifiche e disturbanti e distorsioni metacinematografiche davvero riuscite. Il resto lo fanno dialoghi profondi e racconti di vita vissuta, in un’analisi psicologica molto potente di due donne, dei loro desideri, delle loro paure e dei loro sentimenti: un ritratto umano tanto enigmatico quanto potente.

Persona è uno dei film più rappresentativi di Bergman, capace come pochi di scavare nel profondo della psiche umana, raccontando la strana storia di due donne. Un film molto difficile da spiegare ma bellissimo da vedere.

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treni 
strettamente
sorvegliati

Jiří Menzel
(1966)

treni strettamente sorvegliati Jiří Menzel (1966)

Sempre in bilico tra dramma e commedia, questo film cecoslovacco racconta l’esatto momento in cui la Germania nazista è entrata nel Paese e ne ha preso il controllo durante la Seconda Guerra Mondiale. Per farlo si concentra sulle vicende di un ragazzo e il suo lavoro di ferroviere e sul ricco spaccato di umanità che si aggira intorno alla stazione in cui lavora. La sua storia è quella di un giovane timido e impacciato, ossessionato dalle donne e dal sesso che non riesce a fare, unico simbolo di riconoscimento nella sua comunità per essere considerato adulto e maturo.

Sempre in bilico tra dramma e commedia, questo film cecoslovacco racconta l’esatto momento in cui la Germania nazista è entrata nel Paese e ne ha preso il controllo durante la Seconda Guerra Mondiale. Per farlo si concentra sulle vicende di un ragazzo e il suo lavoro di ferroviere e sul ricco spaccato di umanità che si aggira intorno alla stazione in cui lavora. La sua storia è quella di un giovane timido e impacciato, ossessionato dalle donne e dal sesso che non riesce a fare, unico simbolo di riconoscimento nella sua comunità per essere considerato adulto e maturo.

La sua ossessione sarà amplificata da un microcosmo di donne, soldati e colleghi impegnati continuamente in corteggiamenti, flirt e svaghi erotici e da una ragazza che riverserà in lui parecchie attenzioni. Quello di Jiří Menzel è un film leggero e divertente, delicato e ironico, che racconta con efficacia un periodo storico complicato e difficile, non risparmiando sferzate satiriche di altissimo pregio. Treni Strettamente Sorvegliati è una commedia mai frizzante ed esuberante, ma contraddistinta da toni quasi pacati: un film che parla sottovoce, che non vuole davvero distrarre lo spettatore da ciò che gli avviene intorno solo per il gusto di farlo ridere.

La sua ossessione sarà amplificata da un microcosmo di donne, soldati e colleghi impegnati continuamente in corteggiamenti, flirt e svaghi erotici e da una ragazza che riverserà in lui parecchie attenzioni. Quello di Jiří Menzel è un film leggero e divertente, delicato e ironico, che racconta con efficacia un periodo storico complicato e difficile, non risparmiando sferzate satiriche di altissimo pregio. Treni Strettamente Sorvegliati è una commedia mai frizzante ed esuberante, ma contraddistinta da toni quasi pacati: un film che parla sottovoce, che non vuole davvero distrarre lo spettatore da ciò che gli avviene intorno solo per il gusto di farlo ridere.

Lo dimostrano con efficacia due momenti molto forti, uno a metà e uno alla fine del film, che sottolineano con forza quanto il film volesse raccontare la guerra, l’occupazione e le sue conseguenze, ma anche le pressioni sociali cui sono continuamente costretti i giovani, obbligati a rispettare le aspettative dei genitori, dei colleghi, dei superiori, a diventare per forza uomini anche quando non si sentono pronti o a loro agio. La tragedia, in situazioni come queste, è inevitabile.

Lo dimostrano con efficacia due momenti molto forti, uno a metà e uno alla fine del film, che sottolineano con forza quanto il film volesse raccontare la guerra, l’occupazione e le sue conseguenze, ma anche le pressioni sociali cui sono continuamente costretti i giovani, obbligati a rispettare le aspettative dei genitori, dei colleghi, dei superiori, a diventare per forza uomini anche quando non si sentono pronti o a loro agio. La tragedia, in situazioni come queste, è inevitabile.

Treni Strettamente Sorvegliati non è solo una semplice commedia. Dietro la sua facciata divertente e buffa si nasconde la fotografia di un periodo storico terribile per l'Europa e di ciò che i giovani dovevano sopportare per far parte di una società incapace di comprenderli.

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Soy cuba

Michail Kalatozov
(1964)

Soy cuba Michail Kalatozov (1964)

Bollarlo come semplice atto di propaganda sovietica in un periodo dove la Guerra Fredda era ai massimi storici sarebbe del tutto ingeneroso verso un film che ha qualità che vanno ben oltre il suo semplice messaggio di fondo. Certo, Soy Cuba parla innanzitutto di rivoluzione e comunismo, mette il popolo e i suoi diritti al centro della scena e vi contrappone la degenerazione portata dal capitalismo e dal modo di vivere occidentale: un messaggio netto, ineluttabile, affascinante ma palesemente di parte, portato avanti grazie a una narrazione che contrappone bene e male in quattro momenti e luoghi diversi della storia cubana, due ambientati in campagna e due in città.

Bollarlo come semplice atto di propaganda sovietica in un periodo dove la Guerra Fredda era ai massimi storici sarebbe del tutto ingeneroso verso un film che ha qualità che vanno ben oltre il suo semplice messaggio di fondo. Certo, Soy Cuba parla innanzitutto di rivoluzione e comunismo, mette il popolo e i suoi diritti al centro della scena e vi contrappone la degenerazione portata dal capitalismo e dal modo di vivere occidentale: un messaggio netto, ineluttabile, affascinante ma palesemente di parte, portato avanti grazie a una narrazione che contrappone bene e male in quattro momenti e luoghi diversi della storia cubana, due ambientati in campagna e due in città.

Il punto zero è rappresentato, naturalmente, dalla Rivoluzione Cubana che ha spodestato la dittatura di Fulgencio Batista e visto l’ascesa al potere di Fidel Castro: mostrandoci la Cuba degli anni ‘50 il film ci presenta le terribili condizioni della Cuba pre-rivoluzionaria e le contrappone alla successiva presa di coscienza del popolo, pronto a imbracciare la protesta e le armi per cambiare il proprio destino.

Il punto zero è rappresentato, naturalmente, dalla Rivoluzione Cubana che ha spodestato la dittatura di Fulgencio Batista e visto l’ascesa al potere di Fidel Castro: mostrandoci la Cuba degli anni ‘50 il film ci presenta le terribili condizioni della Cuba pre-rivoluzionaria e le contrappone alla successiva presa di coscienza del popolo, pronto a imbracciare la protesta e le armi per cambiare il proprio destino.

Ma buona parte del fascino del film è tutta nella tecnica con cui è stato realizzato, nell’altissima qualità artistica di regia e fotografia: il film si caratterizza per movimenti di macchina unici, avvolgenti e continui, affascinanti piani sequenza e punti di vista unici nel loro genere. Un prodigio di tecnica e ambizioni che fu proprio il motivo che trasformò il film in un flop senza precedenti: un prodotto che doveva parlare al popolo si esprimeva in un linguaggio fin troppo complesso per l’epoca.

Ma buona parte del fascino del film è tutta nella tecnica con cui è stato realizzato, nell’altissima qualità artistica di regia e fotografia: il film si caratterizza per movimenti di macchina unici, avvolgenti e continui, affascinanti piani sequenza e punti di vista unici nel loro genere. Un prodigio di tecnica e ambizioni che fu proprio il motivo che trasformò il film in un flop senza precedenti: un prodotto che doveva parlare al popolo si esprimeva in un linguaggio fin troppo complesso per l’epoca.

L'intento dell'epoca era quello di dar vita a un puro film di propaganda, ma Soy Cuba è passato alla storia per i suoi prodigi tecnici e per parlare un linguaggio cinematografico avanti anni luce rispetto alla sua epoca.

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onibaba

Kaneto Shindo
(1964)

onibaba Kaneto Shindo (1964)

In cosa ci trasforma la guerra? Cosa diventiamo quando siamo costretti a fare di tutto per sopravvivere? Onibaba parte da una popolare leggenda giapponese per raccontare di due donne in periodo di guerra e carestia, costrette a uccidere e trafugare i corpi dei soldati morti per andare avanti. Un equilibrio labile e precario, dove i sofferenti si cibano di altre sofferenze per andare avanti, in pochi si arricchiscono e la miseria galoppante rende tutto sempre più difficile. Le cose cambieranno quando un uomo farà il suo ritorno dalla guerra, innamorandosi della donna più giovane e alimentando le gelosia di quella più anziana.

In cosa ci trasforma la guerra? Cosa diventiamo quando siamo costretti a fare di tutto per sopravvivere? Onibaba parte da una popolare leggenda giapponese per raccontare di due donne in periodo di guerra e carestia, costrette a uccidere e trafugare i corpi dei soldati morti per andare avanti. Un equilibrio labile e precario, dove i sofferenti si cibano di altre sofferenze per andare avanti, in pochi si arricchiscono e la miseria galoppante rende tutto sempre più difficile. Le cose cambieranno quando un uomo farà il suo ritorno dalla guerra, innamorandosi della donna più giovane e alimentando le gelosia di quella più anziana.

La maschera da demone diverrà così il simbolo della guerra, un artefatto scenico che spaventa e terrorizza e che, anche quando non lo vedi, ti trasforma e ti cambia per sempre. Più la indossi e più lei diventa parte di te, cambiandoti e deturpandoti per sempre. Kaneto Shindo trasforma tutto questo in un incubo vivido e reale, un film di denuncia che usa l’orrore e le paure primordiali del folklore per mostrare con chiarezza le conseguenze della guerra sulle persone più umili.

La maschera da demone diverrà così il simbolo della guerra, un artefatto scenico che spaventa e terrorizza e che, anche quando non lo vedi, ti trasforma e ti cambia per sempre. Più la indossi e più lei diventa parte di te, cambiandoti e deturpandoti per sempre. Kaneto Shindo trasforma tutto questo in un incubo vivido e reale, un film di denuncia che usa l’orrore e le paure primordiali del folklore per mostrare con chiarezza le conseguenze della guerra sulle persone più umili.

Il buco nero in cui vengono gettati i cadaveri diventa così un pozzo senza fondo capace di inghiottire chiunque, un gorgo che distrugge ogni speranza e ogni possibilità di salvezza: Onibaba è un film freddo, quasi glaciale, che mostra se stesso tramite l’erba alta, la nudità dei corpi e una colonna sonora marziale inquietante e ipnotica.

Il buco nero in cui vengono gettati i cadaveri diventa così un pozzo senza fondo capace di inghiottire chiunque, un gorgo che distrugge ogni speranza e ogni possibilità di salvezza: Onibaba è un film freddo, quasi glaciale, che mostra se stesso tramite l’erba alta, la nudità dei corpi e una colonna sonora marziale inquietante e ipnotica.

Onibaba è uno di quei film che restano impressi. Le sue immagini, i suoi paesaggi, i suoi personaggi non si dimenticano facilmente. Con le sue allegorie e le sue metafore Kaneto Shindo ci parla della guerra e delle sue terribili conseguenze.

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l’estate arida

Metin Erksan
(1963)

l’estate arida Metin Erksan (1963)

Un dramma ad altissimo impatto emotivo, che racconta la storia di due fratelli e della loro coltivazione di tabacco: quando il più grande, cinico e senza scrupoli, deciderà di tenere tutta per se l’acqua che dava sostentamento all’intero villaggio, comincerà un’escalation di sofferenza e drammi senza fine per lui, per l’incolpevole fratello minore e per la sua giovane compagna. Comincia come un racconto di gelosie e povertà, ma L’Estate Arida è un ritratto senza mezze misure della povertà e della cattiveria umana, incarnato dalle gesta di un uomo che non guarda in faccia a nessuno pur di raggiungere i suoi scopi.

Un dramma ad altissimo impatto emotivo, che racconta la storia di due fratelli e della loro coltivazione di tabacco: quando il più grande, cinico e senza scrupoli, deciderà di tenere tutta per se l’acqua che dava sostentamento all’intero villaggio, comincerà un’escalation di sofferenza e drammi senza fine per lui, per l’incolpevole fratello minore e per la sua giovane compagna. Comincia come un racconto di gelosie e povertà, ma L’Estate Arida è un ritratto senza mezze misure della povertà e della cattiveria umana, incarnato dalle gesta di un uomo che non guarda in faccia a nessuno pur di raggiungere i suoi scopi.

Prima priva il suo stesso villaggio dell’unica risorsa che ha per vivere; poi si macchia di violenze terribili e un omicidio; inganna suo fratello e lo convince a prendersi la colpa delle sue malefatte, facendolo imprigionare, e cerca di far sua la moglie, sola e triste dopo la sua incarcerazione. Non c’è spazio per la speranza nel racconto di Metin Erksan, non c’è salvezza e non c’è alcuna opera di autoassoluzione per il suo popolo: all’epoca dell’uscita il film fu aspramente osteggiato per il modo in cui dipingeva la Turchia e i suoi uomini.

Prima priva il suo stesso villaggio dell’unica risorsa che ha per vivere; poi si macchia di violenze terribili e un omicidio; inganna suo fratello e lo convince a prendersi la colpa delle sue malefatte, facendolo imprigionare, e cerca di far sua la moglie, sola e triste dopo la sua incarcerazione. Non c’è spazio per la speranza nel racconto di Metin Erksan, non c’è salvezza e non c’è alcuna opera di autoassoluzione per il suo popolo: all’epoca dell’uscita il film fu aspramente osteggiato per il modo in cui dipingeva la Turchia e i suoi uomini.

La pellicola, sin dall’inizio, ci dice che tutto andrà a male e sarà così sino alla fine, quando l’acqua, finalmente libera di scorrere, trascinerà a valle il cadavere di quel fratello da cui tutto era iniziato. Erksan sottolinea il tutto con grande attenzione alle immagini, in un vivido bianco e nero, sopperendo a una recitazione fin troppo enfatica e “teatrale”.

La pellicola, sin dall’inizio, ci dice che tutto andrà a male e sarà così sino alla fine, quando l’acqua, finalmente libera di scorrere, trascinerà a valle il cadavere di quel fratello da cui tutto era iniziato. Erksan sottolinea il tutto con grande attenzione alle immagini, in un vivido bianco e nero, sopperendo a una recitazione fin troppo enfatica e “teatrale”.

L’Estate Arida racconta la Turchia con cinismo e sincerità, presentandoci una storia in cui la cattiveria e l’avidità umana vengono messi in primo piano. Vendetta e gelosie impossibili da sradicare che all’epoca fecero molto discutere.

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va e uccidi

John Frankenheimer
(1962)

va e uccidi John Frankenheimer (1962)

Ci sono film capaci di fotografare in 
maniera perfetta la società e determinati momenti storici, inserendoli in storie di finzione irrealistiche solo fino a un certo punto. Va e Uccidi racchiude in se tutto ciò che erano gli Stati Uniti negli anni 60’, in un periodo dove la Guerra Fredda imperversava, l’ossessione per il pericolo comunista dilagava e la paura che i sovietici si stessero insinuando nella società era ai massimi storici. Era il periodo immediatamente successivo al Maccartismo, ma il “pericolo rosso” non si era ancora placato nelle menti degli statunitensi. The Manchurian Candidate (molto meglio dell’orribile adattamento italiano) racconta di un soldato americano che, dopo aver subito un lavaggio del cervello in Corea, viene portato a uccidere per conto dei russi senza nemmeno rendersene conto.

Ci sono film capaci di fotografare in maniera perfetta la società e determinati momenti storici, inserendoli in storie di finzione irrealistiche solo fino a un certo punto. Va e Uccidi racchiude in se tutto ciò che erano gli Stati Uniti negli anni 60’, in un periodo dove la Guerra Fredda imperversava, l’ossessione per il pericolo comunista dilagava e la paura che i sovietici si stessero insinuando nella società era ai massimi storici. Era il periodo immediatamente successivo al Maccartismo, ma il “pericolo rosso” non si era ancora placato nelle menti degli statunitensi. The Manchurian Candidate (molto meglio dell’orribile adattamento italiano) racconta di un soldato americano che, dopo aver subito un lavaggio del cervello in Corea, viene portato a uccidere per conto dei russi senza nemmeno rendersene conto.

Il film si struttura come una sorta di noir/thriller vecchia scuola, con il mistero su chi siano davvero le spie russe che controllano il protagonista che viene portato sino alle battute finali. La grande metafora della Guerra Fredda, un nemico invisibile del quale non si conosce nulla ma che fa sentire continuamente la sua presenza, spaventando e influenzando le vite di tutti, è l’aspetto sicuramente più riuscito del film, unito a un’Angela Lansbury memorabile e maligna e a un finale ad alto tasso di tensione davvero molto ben costruito e realizzato.

Il film si struttura come una sorta di noir/thriller vecchia scuola, con il mistero su chi siano davvero le spie russe che controllano il protagonista che viene portato sino alle battute finali. La grande metafora della Guerra Fredda, un nemico invisibile del quale non si conosce nulla ma che fa sentire continuamente la sua presenza, spaventando e influenzando le vite di tutti, è l’aspetto sicuramente più riuscito del film, unito a un’Angela Lansbury memorabile e maligna e a un finale ad alto tasso di tensione davvero molto ben costruito e realizzato.

Va e Uccidi “finisce bene” ma anche molto male, mostrando come la paura e le tensioni portino comunque a un esito mai del tutto positivo. La Guerra Fredda poteva anche finire, ma le sue conseguenze sarebbero rimaste per sempre nei cuori e negli animi di tutti quelli che l’avevano vissuta sulla loro pelle: perché dai fantasmi, quasi sempre, è impossibile fuggire.

Va e Uccidi “finisce bene” ma anche molto male, mostrando come la paura e le tensioni portino comunque a un esito mai del tutto positivo. La Guerra Fredda poteva anche finire, ma le sue conseguenze sarebbero rimaste per sempre nei cuori e negli animi di tutti quelli che l’avevano vissuta sulla loro pelle: perché dai fantasmi, quasi sempre, è impossibile fuggire.

The Manchurian Candidate è un film figlio della sua epoca, capace di raccontare molto bene i patimenti e le paure della Guerra Fredda. Uno spy thriller ricco di sorprese e con un famoso remake (molto diverso) uscito nel 2004.

#Cinema #CineSky #FilmFuoriTempo #RecensioniFuoriTempo

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jules e jim

François Truffaut
(1962)

jules e jim François Truffaut (1962)

La storia di due amici, che poi diventa un triangolo amoroso, è la scusa per François Truffaut di raccontare di amore e amicizia, di rapporti difficili e dell’incomprensibile potenza di emozioni e sentimenti. La sua è una riflessione molto centrata sull’amore come sentimento ineluttabile, esclusivo, incapace di adattarsi a situazioni diverse da un rapporto di coppia a due. Ma cosa succede se a questo “amoroso” rapporto a due vengono aggiunte altre variabili?

La storia di due amici, che poi diventa un triangolo amoroso, è la scusa per François Truffaut di raccontare di amore e amicizia, di rapporti difficili e dell’incomprensibile potenza di emozioni e sentimenti. La sua è una riflessione molto centrata sull’amore come sentimento ineluttabile, esclusivo, incapace di adattarsi a situazioni diverse da un rapporto di coppia a due. Ma cosa succede se a questo “amoroso” rapporto a due vengono aggiunte altre variabili?

In Jules e Jim si inizia a raccontare dell’amicizia potente e ineluttabile tra due uomini; un sentimento forte, impossibile da scalfire ed eterno, ma destinato a incrinarsi quando  Catherine entra nella vita dei due; l’amore entrerà a far parte della variabile e niente sarà più come prima. La felicità lascerà il posto al dramma, il trauma spingerà via la serenità e la tragedia sarà inevitabile.

In Jules e Jim si inizia a raccontare dell’amicizia potente e ineluttabile tra due uomini; un sentimento forte, impossibile da scalfire ed eterno, ma destinato a incrinarsi quando Catherine entra nella vita dei due; l’amore entrerà a far parte della variabile e niente sarà più come prima. La felicità lascerà il posto al dramma, il trauma spingerà via la serenità e la tragedia sarà inevitabile.

Truffaut vuole lanciare il suo messaggio e non fa niente per nasconderlo: vuole raccontare la sua visione dell’amore e per farlo da vita a un film volubile e scostante, nervoso e con tempi narrativi tutti suoi: l’interesse è solo per l’evoluzione dei personaggi e del loro rapporto, scanditi da una voce fuori campo che spiega e racconta, diventando sin da subito l’elemento più peculiare del film, insieme a un bianco e nero che mette tutto “fuori dal tempo”. E per l’epoca fu uno scandalo, per il modo in cui raccontava l’amore uscendo dai classici e abusati schemi dell’epoca per raccontare qualcosa di diverso, unico a suo modo.

Truffaut vuole lanciare il suo messaggio e non fa niente per nasconderlo: vuole raccontare la sua visione dell’amore e per farlo da vita a un film volubile e scostante, nervoso e con tempi narrativi tutti suoi: l’interesse è solo per l’evoluzione dei personaggi e del loro rapporto, scanditi da una voce fuori campo che spiega e racconta, diventando sin da subito l’elemento più peculiare del film, insieme a un bianco e nero che mette tutto “fuori dal tempo”. E per l’epoca fu uno scandalo, per il modo in cui raccontava l’amore uscendo dai classici e abusati schemi dell’epoca per raccontare qualcosa di diverso, unico a suo modo.

Sembra ormai una banalità dire che Truffaut ha rivoluzionato il cinema, ma basta guardare qualunque dei suoi film per rendersene conto. Jules e Jim è una rilettura molto moderna del romanticismo e dell'amore, vista in un'ottica moderna e per l'epoca scandalosa.

#Cinema #CineSky #FilmFuoriTempo

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suspense

Jack clayton
(1961)

suspense Jack clayton (1961)

Cosa c’è più spaventoso di un gruppo di bambini tanto normali da diventare quasi inquietanti e di una casa infestata da presenze non del tutto comprensibili? Oggi si tratta di due degli stilemi più classici del cinema horror, ma negli anni ‘60 sfruttarli per realizzare un film non era un’idea così scontata. Suspense di Jack Clayton ci racconta di una Governante assunta da uno strano individuo per prendersi cura dei suoi figli, ragazzini apparentemente buoni e normali: tra finestre che si spalancano da sole, strani lamenti nella notte e melodie inquietanti che si fanno strada, la faccenda si farà via via sempre più spaventosa, tra segreti terribili che verranno a galla e presenze inquietanti sempre più vicine.

Cosa c’è più spaventoso di un gruppo di bambini tanto normali da diventare quasi inquietanti e di una casa infestata da presenze non del tutto comprensibili? Oggi si tratta di due degli stilemi più classici del cinema horror, ma negli anni ‘60 sfruttarli per realizzare un film non era un’idea così scontata. Suspense di Jack Clayton ci racconta di una Governante assunta da uno strano individuo per prendersi cura dei suoi figli, ragazzini apparentemente buoni e normali: tra finestre che si spalancano da sole, strani lamenti nella notte e melodie inquietanti che si fanno strada, la faccenda si farà via via sempre più spaventosa, tra segreti terribili che verranno a galla e presenze inquietanti sempre più vicine.

Le idee vincenti del film sono essenzialmente due: caricare il tutto di un erotismo represso e pulsante altamente inquietante vista la presenza costante dei due bambini e non farci capire mai se le strane presenze che albergano in casa siano “reali” o solo il frutto della fantasia, delle ossessioni e delle paure della giovane Governante.

Le idee vincenti del film sono essenzialmente due: caricare il tutto di un erotismo represso e pulsante altamente inquietante vista la presenza costante dei due bambini e non farci capire mai se le strane presenze che albergano in casa siano “reali” o solo il frutto della fantasia, delle ossessioni e delle paure della giovane Governante.

Regia e montaggio lavorano all’unisono per creare momenti davvero potenti e paurosi, di quelli che influenzeranno generazioni di registi negli anni successivi. L’età dell’innocenza finisce presto nel dimenticatoio, soffocata da rancori, segreti e paure che trasformano tutto in un tragico dramma senza uscita ne speranza.

Regia e montaggio lavorano all’unisono per creare momenti davvero potenti e paurosi, di quelli che influenzeranno generazioni di registi negli anni successivi. L’età dell’innocenza finisce presto nel dimenticatoio, soffocata da rancori, segreti e paure che trasformano tutto in un tragico dramma senza uscita ne speranza.

Avete detto The Others? Ebbene si, senza Suspense film simili, capaci di unire horror e dramma, metterci in mezzo degli inquietanti bambini e tanto mistero non sarebbero mai nati. Tutto è iniziato da qui e fa ancora una certa paura.

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west side
story

Wise, Robbins
(1961)

west side story Wise, Robbins (1961)

Il remake è da sempre alla base del cinema e dell’industria dell’intrattenimento. Questo West Side Story non è altro che la versione cinematografica di un musical di successo che a sua volta è una versione moderna e a suo modo geniale del Romeo e Giulietta di Shakespeare. Robert Wise non fa nient’altro che trasporre sul grande schermo le canzoni, i balletti e i momenti musicali del musical: il compito era piuttosto facile, vista la bellezza delle musiche di Leonard Bernstein e l’iconicità (oggi ancora più forte) di quasi tutti i brani che compongono l’opera.

Il remake è da sempre alla base del cinema e dell’industria dell’intrattenimento. Questo West Side Story non è altro che la versione cinematografica di un musical di successo che a sua volta è una versione moderna e a suo modo geniale del Romeo e Giulietta di Shakespeare. Robert Wise non fa nient’altro che trasporre sul grande schermo le canzoni, i balletti e i momenti musicali del musical: il compito era piuttosto facile, vista la bellezza delle musiche di Leonard Bernstein e l’iconicità (oggi ancora più forte) di quasi tutti i brani che compongono l’opera.

La forza e la visibilità del cinema ha reso questo film uno dei musical più iconici di tutti i tempi, permettendogli di superare, per fama e importanza, l’opera originale da cui è tratto. Merito di una regia attenta, capace di valorizzare i personaggi e i momenti musicali corali, dando respiro a balletti e coreografie e accompagnandoli con agilità e leggerezza. A latitare, forse, è l’aspetto più puramente narrativo, con una trama già di per se derivativa e un film che non fa niente per valorizzarla, puntando tutto sull’aspetto “musical”.

La forza e la visibilità del cinema ha reso questo film uno dei musical più iconici di tutti i tempi, permettendogli di superare, per fama e importanza, l’opera originale da cui è tratto. Merito di una regia attenta, capace di valorizzare i personaggi e i momenti musicali corali, dando respiro a balletti e coreografie e accompagnandoli con agilità e leggerezza. A latitare, forse, è l’aspetto più puramente narrativo, con una trama già di per se derivativa e un film che non fa niente per valorizzarla, puntando tutto sull’aspetto “musical”.

Ed è un peccato perché West Side Story è anche il racconto di una società violenza, di giovani allo sbando e di adulti incapaci di comprenderli e aiutarli. Una tragedia semplice ma conseguenza di un malessere ben più profondo: un peccato che nel film tutto questo non sempre riesce ad emergere con la dovuta efficacia.

Ed è un peccato perché West Side Story è anche il racconto di una società violenza, di giovani allo sbando e di adulti incapaci di comprenderli e aiutarli. Una tragedia semplice ma conseguenza di un malessere ben più profondo: un peccato che nel film tutto questo non sempre riesce ad emergere con la dovuta efficacia.

Uno dei musical simbolo del secolo scorso, iconico sin dalla scelta (coraggiosa) di dare a Romeo e Giulietta un visione ben più moderna e al passo con una società in totale e radicale trasformazione. Intramontabile West Side Story.

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