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#RecensioniFuoriTempo
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paris, texas

Wim Wenders
(1984)

paris, texas Wim Wenders (1984)

Strade enormi che si stagliano verso orizzonti lontani, deserti a perdita d’occhio: sono i paesaggi desolati del Texas rurale, in contrasto con l’altezza vertiginosa dei palazzi delle sue città a costituire l’anima di questo film di Wim Wenders. Il tutto viene accompagnato dal suono costante e conturbante di una steel guitar, cornice perfetta per la storia di un uomo che prova a riannodare i fili con la sua vita, con la civiltà e  con il figlio e la moglie che ha abbandonato. Nel presentarci un uomo ridotto al nulla e pronto a ripartire da zero Wenders ci parla di convenzioni sociali, di affetto, amore e paternità.

Strade enormi che si stagliano verso orizzonti lontani, deserti a perdita d’occhio: sono i paesaggi desolati del Texas rurale, in contrasto con l’altezza vertiginosa dei palazzi delle sue città a costituire l’anima di questo film di Wim Wenders. Il tutto viene accompagnato dal suono costante e conturbante di una steel guitar, cornice perfetta per la storia di un uomo che prova a riannodare i fili con la sua vita, con la civiltà e con il figlio e la moglie che ha abbandonato. Nel presentarci un uomo ridotto al nulla e pronto a ripartire da zero Wenders ci parla di convenzioni sociali, di affetto, amore e paternità.

Un film lungo ma per nulla tortuoso che parte da lontano ma arriva in qualche modo alla meta, procedendo con apparente lentezza ma senza fermarsi mai. Tutto si evolve in maniera completa ma a tratti imprevedibile: quello del protagonista è un ritorno alla normalità, un viaggio on the road per le strade texane che coincide con un viaggio dentro se stesso, i suoi traumi e i suoi fantasmi. Un viaggio doloroso e pesante, perché dalla vita e dagli errori non si scappa e perché prima o poi bisogna fare i conti anche, e soprattutto, con se stessi.

Un film lungo ma per nulla tortuoso che parte da lontano ma arriva in qualche modo alla meta, procedendo con apparente lentezza ma senza fermarsi mai. Tutto si evolve in maniera completa ma a tratti imprevedibile: quello del protagonista è un ritorno alla normalità, un viaggio on the road per le strade texane che coincide con un viaggio dentro se stesso, i suoi traumi e i suoi fantasmi. Un viaggio doloroso e pesante, perché dalla vita e dagli errori non si scappa e perché prima o poi bisogna fare i conti anche, e soprattutto, con se stessi.

Oltre ai bellissimi ma desolanti paesaggi il film regala sequenze davvero iconiche, come il confronto diviso da un vetro tra il protagonista e la madre di suo figlio, potentissimo per la semplicità della messa in scena e per la forza di una sceneggiatura capace di toccare nel profondo. Paris, Texas è un film prezioso, che ha davvero tanto da dire e raccontare e che ci mostra la vita per quello che è: un viaggio con una destinazione che alla fine raggiungeremo tutti, che lo vogliamo o meno.

Oltre ai bellissimi ma desolanti paesaggi il film regala sequenze davvero iconiche, come il confronto diviso da un vetro tra il protagonista e la madre di suo figlio, potentissimo per la semplicità della messa in scena e per la forza di una sceneggiatura capace di toccare nel profondo. Paris, Texas è un film prezioso, che ha davvero tanto da dire e raccontare e che ci mostra la vita per quello che è: un viaggio con una destinazione che alla fine raggiungeremo tutti, che lo vogliamo o meno.

Win Wenders in un film che non ha bisogno di presentazioni e che racconta di un uomo e del suo tentativo di riconnettersi alla vita, qualunque cosa voglia dire.

#Cinema #CineSky #FilmFuoriTempo #RecensioniFuoriTempo

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triangle of
sadness

Ruben Östlund
(2022)

triangle of sadness Ruben Östlund (2022)

Palma d’Oro a Cannes nel 2022, questo film tra il comico, il dramma e il grottesco offre uno spaccato piuttosto piccato e insolente sui vizi e le storture della società moderna e su quella deriva capitalistica che ha reso i ricchi troppo ricchi e i poveri troppo poveri. Ruben Östlund decide di concentrarsi sul ceto sociale più alto, su quelle persone che hanno avuto tutto dalla vita ma che si ritrovano immerse in un mondo da cui pretendono di avere ancora di più. Triangle of Sadness si divide in tre capitoli strettamente collegati ma a loro modo distinti.

Palma d’Oro a Cannes nel 2022, questo film tra il comico, il dramma e il grottesco offre uno spaccato piuttosto piccato e insolente sui vizi e le storture della società moderna e su quella deriva capitalistica che ha reso i ricchi troppo ricchi e i poveri troppo poveri. Ruben Östlund decide di concentrarsi sul ceto sociale più alto, su quelle persone che hanno avuto tutto dalla vita ma che si ritrovano immerse in un mondo da cui pretendono di avere ancora di più. Triangle of Sadness si divide in tre capitoli strettamente collegati ma a loro modo distinti.

Ognuno racconta un aspetto diverso dello stesso tema di fondo: nel primo ci vengono presentati i due presunti protagonisti della storia, una coppia ampiamente disfunzionale di modelli; il secondo ci racconta della loro vacanza in uno yatch di lusso insieme a un ampio e piuttosto variegato gruppo di persone; il terzo ci mostra la loro vita su un’isola deserta insieme ad altri pochi sopravvissuti dopo un terribile naufragio. Il film gioca molto sull’assurdità delle situazioni mostrate e su come queste si vadano a sommare alle ben più gravi assurdità nei comportamenti dei personaggi, offrendo un corollario di sequenze assolutamente memorabili e potentemente efficaci.

Ognuno racconta un aspetto diverso dello stesso tema di fondo: nel primo ci vengono presentati i due presunti protagonisti della storia, una coppia ampiamente disfunzionale di modelli; il secondo ci racconta della loro vacanza in uno yatch di lusso insieme a un ampio e piuttosto variegato gruppo di persone; il terzo ci mostra la loro vita su un’isola deserta insieme ad altri pochi sopravvissuti dopo un terribile naufragio. Il film gioca molto sull’assurdità delle situazioni mostrate e su come queste si vadano a sommare alle ben più gravi assurdità nei comportamenti dei personaggi, offrendo un corollario di sequenze assolutamente memorabili e potentemente efficaci.

Va detto che la parte centrale - quella del viaggio in barca - è a mani basse quella più riuscita e centrata, una sorta di parodia spietata e degenerata del Titanic: le sequenze del “naufragio”, in un crescendo di tensione e follie, succhi gastrici e liquami di ogni genere, rasentano la perfezione. Negli altri due capitoli invece Triangle of Sadness alterna altre buone trovate a momenti non troppo esaltanti, finendo per annegare in una lunghezza eccessiva e una narrazione fin troppo estesa e prolissa.

Va detto che la parte centrale - quella del viaggio in barca - è a mani basse quella più riuscita e centrata, una sorta di parodia spietata e degenerata del Titanic: le sequenze del “naufragio”, in un crescendo di tensione e follie, succhi gastrici e liquami di ogni genere, rasentano la perfezione. Negli altri due capitoli invece Triangle of Sadness alterna altre buone trovate a momenti non troppo esaltanti, finendo per annegare in una lunghezza eccessiva e una narrazione fin troppo estesa e prolissa.

Un film folgorante nella prima parte ma un po' troppo lungo e meno riuscito, secondo me, nella seconda. Da vedere.

#Cinema #CineSky #RecensioniFuoriTempo

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young sherlock
 
(2026)

young sherlock (2026)

Non lasciatevi ingannare dalla presenza di Guy Ritchie e dal suo legame con la figura di Sherlock Holmes: questa serie non solo non c’entra nulla con i due riusciti film con Robert Downey Jr, ma ha anche poco a che fare con il tipico cinema del regista inglese. Ritchie sembra fissare il tono e l’estetica, ma cura direttamente la regia solo dei primi episodi: l’impronta action, i combattimenti spettacolari e gli inseguimenti sono uno specchietto per le allodole per un prodotto che rivela molto presto ben altra natura.

Non lasciatevi ingannare dalla presenza di Guy Ritchie e dal suo legame con la figura di Sherlock Holmes: questa serie non solo non c’entra nulla con i due riusciti film con Robert Downey Jr, ma ha anche poco a che fare con il tipico cinema del regista inglese. Ritchie sembra fissare il tono e l’estetica, ma cura direttamente la regia solo dei primi episodi: l’impronta action, i combattimenti spettacolari e gli inseguimenti sono uno specchietto per le allodole per un prodotto che rivela molto presto ben altra natura.

Puntata dopo puntata la brillantezza di dialoghi, personaggi e situazioni inizia a venir meno e l’apparente struttura verticale del “caso di puntata” lascia spazio a un’unica,  grande vicenda famigliare che coinvolge l’intera famiglia Holmes. Una storia che propone spunti interessanti ma che viene sviluppata con un po’ troppa superficialità, in una ricerca costante e spasmodica del colpo di scena a tutti i costi.

Puntata dopo puntata la brillantezza di dialoghi, personaggi e situazioni inizia a venir meno e l’apparente struttura verticale del “caso di puntata” lascia spazio a un’unica, grande vicenda famigliare che coinvolge l’intera famiglia Holmes. Una storia che propone spunti interessanti ma che viene sviluppata con un po’ troppa superficialità, in una ricerca costante e spasmodica del colpo di scena a tutti i costi.

I personaggi non hanno un reale sviluppo e i rapporti tra di loro finiscono per non andare mai oltre l’interessante spunto iniziale. Una serie che non ha il carisma di nessuna delle versioni di Sherlock Holmes cui sembra volersi ispirare, che prova a essere un po’ troppe cose ma finisce per assomigliare a una origin story ritmata ma senza mai il mordente necessario per lasciare qualcosa di realmente memorabile. E così il mitico Sherlock Holmes finisce per assomigliare al più generico e standard degli investigatori: non il massimo per uno dei più importanti miti letterari di tutti i tempi.

I personaggi non hanno un reale sviluppo e i rapporti tra di loro finiscono per non andare mai oltre l’interessante spunto iniziale. Una serie che non ha il carisma di nessuna delle versioni di Sherlock Holmes cui sembra volersi ispirare, che prova a essere un po’ troppe cose ma finisce per assomigliare a una origin story ritmata ma senza mai il mordente necessario per lasciare qualcosa di realmente memorabile. E così il mitico Sherlock Holmes finisce per assomigliare al più generico e standard degli investigatori: non il massimo per uno dei più importanti miti letterari di tutti i tempi.

Young Sherlock racconta le origini del famoso investigatore: grandi aspettative ma risultato finale non certo esaltante. Un gran peccato.

#SerieTV #Streaming #RecensioniFuoriTempo

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io sono un angelo perduto
jordi lafebre
bao publishing
(2025)

io sono un angelo perduto jordi lafebre bao publishing (2025)

Jordi Lafebre ha un modo tutto suo di tracciare le linee dei suoi personaggi e dargli slancio, rendendoli sinuosi, piacevolissimi da vedere e, a loro modo, particolarmente sensuali. Eva, la protagonista di Io sono un angelo perduto, è la perfetta incarnazione di tutto questo: bionda, occhi azzurri, capelli corti, fisico asciutto e forme appena accennate; il personaggio torna in un nuovo noir a risolvere un nuovo omicidio, aiutata dal suo psicologo e dalle tre voci del passato che le abitano in testa.

Jordi Lafebre ha un modo tutto suo di tracciare le linee dei suoi personaggi e dargli slancio, rendendoli sinuosi, piacevolissimi da vedere e, a loro modo, particolarmente sensuali. Eva, la protagonista di Io sono un angelo perduto, è la perfetta incarnazione di tutto questo: bionda, occhi azzurri, capelli corti, fisico asciutto e forme appena accennate; il personaggio torna in un nuovo noir a risolvere un nuovo omicidio, aiutata dal suo psicologo e dalle tre voci del passato che le abitano in testa.

I colori giocano un ruolo parecchio importante, capaci di accendere la storia e dare la giusta temperatura ad ogni situazione: Barcellona, la società spagnola e le sue contraddizioni sono ben rappresentate, racchiuse in una storia che unisce calcio, criminalità organizzata, estrema destra, corruzione e identità sessuale. C’è un po’ di tutto, forse troppo, ma Lafebre riesce a far coesistere tutto questo sfruttando il carisma della sua protagonista e andando sul sicuro con una trama raccontata nel modo giusto.

I colori giocano un ruolo parecchio importante, capaci di accendere la storia e dare la giusta temperatura ad ogni situazione: Barcellona, la società spagnola e le sue contraddizioni sono ben rappresentate, racchiuse in una storia che unisce calcio, criminalità organizzata, estrema destra, corruzione e identità sessuale. C’è un po’ di tutto, forse troppo, ma Lafebre riesce a far coesistere tutto questo sfruttando il carisma della sua protagonista e andando sul sicuro con una trama raccontata nel modo giusto.

Si parte dalla fine e poi si torna indietro in un lungo ma ben strutturato racconto/flashback: dispiace un po’ che il nodo principale della storia appaia sin da subito piuttosto chiaro, depotenziando a cascata ogni tipo di effetto sorpresa o colpo di scena successivo. In un giallo, capire il cuore della storia ancor prima che si sviluppi non è proprio il massimo, ma Io sono un angelo perduto resta una lettura piacevole e un fumetto curato e ben realizzato, nonostante tutto.

Si parte dalla fine e poi si torna indietro in un lungo ma ben strutturato racconto/flashback: dispiace un po’ che il nodo principale della storia appaia sin da subito piuttosto chiaro, depotenziando a cascata ogni tipo di effetto sorpresa o colpo di scena successivo. In un giallo, capire il cuore della storia ancor prima che si sviluppi non è proprio il massimo, ma Io sono un angelo perduto resta una lettura piacevole e un fumetto curato e ben realizzato, nonostante tutto.

Io sono un angelo perduto di Jordi Lafebre è Un giallo dallo sviluppo piuttosto prevedibile, ma disegnato molto bene e comunque molto piacevole da leggere.

#Fumetti #BookSky #RecensioniFuoriTempo

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blood simple

fratelli coen
(1984)

blood simple fratelli coen (1984)

Al loro esordio i Coen avevano già molto chiaro quale sarebbe stata la cifra stilistica del loro cinema: noir dalle atmosfere atipiche, con personaggi sopra le righe, comicità involontaria, equivoci a non finire, situazioni al limite del surreale e un potente magnetismo di fondo a pervadere ogni cosa. Blood Simple (Sangue Facile in italiano) fa proprio questo, piega le atmosfere del noir più classico e le fonde con una storia assurda, ai limiti del ridicolo, ma che finirà in un terribile bagno di sangue.

Al loro esordio i Coen avevano già molto chiaro quale sarebbe stata la cifra stilistica del loro cinema: noir dalle atmosfere atipiche, con personaggi sopra le righe, comicità involontaria, equivoci a non finire, situazioni al limite del surreale e un potente magnetismo di fondo a pervadere ogni cosa. Blood Simple (Sangue Facile in italiano) fa proprio questo, piega le atmosfere del noir più classico e le fonde con una storia assurda, ai limiti del ridicolo, ma che finirà in un terribile bagno di sangue.

Poche scene ma tutte perfettamente centrate, lunghe, ammalianti, cariche di una tensione inspiegabile ma affascinante: la storia è quella di un uomo che assolda un sicario per far fuori la moglie e il suo amante; tutto andrà a rotoli quando le cose - come c’era da aspettarsi - non andranno secondo piani, innescando una serie di conseguenze impreviste e un incalcolabile e inarrestabile effetto domino. A livello estetico sono le luci taglienti a farla da padrone, in un Texas che diventa cartolina buia e oscura, dove il nero pervade tutto e confonde. Gli eventi principali si svolgono di notte, dove niente è chiaro e ogni cosa può succedere.

Poche scene ma tutte perfettamente centrate, lunghe, ammalianti, cariche di una tensione inspiegabile ma affascinante: la storia è quella di un uomo che assolda un sicario per far fuori la moglie e il suo amante; tutto andrà a rotoli quando le cose - come c’era da aspettarsi - non andranno secondo piani, innescando una serie di conseguenze impreviste e un incalcolabile e inarrestabile effetto domino. A livello estetico sono le luci taglienti a farla da padrone, in un Texas che diventa cartolina buia e oscura, dove il nero pervade tutto e confonde. Gli eventi principali si svolgono di notte, dove niente è chiaro e ogni cosa può succedere.

Blood Simple è un film di grande atmosfera, costruito come il più classico dei noir anni ’40 ma con un tono e un gusto ben più moderno e una consapevolezza diversa: in film del genere, quando si hanno le atmosfere giuste, non servono personaggi incredibili, femme fatale o storie complicate per fare centro, ma basta solo saper assemblare pochi elementi con le giuste atmosfere. Così anche la scena infinita dell’occultamento di un cadavere nei campi può diventare grande cinema e un film apparentemente assurdo può diventare una piccola e inestimabile perla.

Blood Simple è un film di grande atmosfera, costruito come il più classico dei noir anni ’40 ma con un tono e un gusto ben più moderno e una consapevolezza diversa: in film del genere, quando si hanno le atmosfere giuste, non servono personaggi incredibili, femme fatale o storie complicate per fare centro, ma basta solo saper assemblare pochi elementi con le giuste atmosfere. Così anche la scena infinita dell’occultamento di un cadavere nei campi può diventare grande cinema e un film apparentemente assurdo può diventare una piccola e inestimabile perla.

L'esordio dei fratelli Coen è un manifesto perfetto per capire il loro cinema e un modo che è loro e solo loro di concepire il genere noir e le sue atmosfere.

#Cinema #CineSky #FilmFuoriTempo #RecensioniFuoriTempo

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zootropolis 2


Bush, Howard 
(2025)

zootropolis 2 Bush, Howard (2025)

Animazioni al top, estetica varia e curatissima tanto nelle ambientazioni, numerose e peculiari, quanto nei numerosi animali antropomorfi che popolano il film e che sono capaci sempre di distinguersi e catturare l’attenzione. Una trama divertente e ben strutturata, tanta azione, tanti inseguimenti spettacolari e qualche colpo di scena ben assestato. I riferimenti al presente sono molto ben riusciti e fa piacere che un “film di massa” dell’America di oggi come questo parli con un coraggio non scontato di diversità, immigrazione, razzismo e odio, dando una risposta conciliante ma comunque significativa a chi racconta menzogne, costruisce muri e discrimina chiunque non sia come lui.

Animazioni al top, estetica varia e curatissima tanto nelle ambientazioni, numerose e peculiari, quanto nei numerosi animali antropomorfi che popolano il film e che sono capaci sempre di distinguersi e catturare l’attenzione. Una trama divertente e ben strutturata, tanta azione, tanti inseguimenti spettacolari e qualche colpo di scena ben assestato. I riferimenti al presente sono molto ben riusciti e fa piacere che un “film di massa” dell’America di oggi come questo parli con un coraggio non scontato di diversità, immigrazione, razzismo e odio, dando una risposta conciliante ma comunque significativa a chi racconta menzogne, costruisce muri e discrimina chiunque non sia come lui.

L’unico problema, di non poco conto, di questo Zootropolis 2 è il primo capitolo di dieci anni fa. Questo sequel non è nient’altro che una riproposizione esatta delle stesse, identiche dinamiche. I personaggi affrontano nuovamente gli stessi problemi, evolvendosi esattamente come già era capitato nel 2016: anche la trama sembra svilupparsi quasi allo stesso modo, non cambiando di una virgola tutto ciò che aveva funzionato.

L’unico problema, di non poco conto, di questo Zootropolis 2 è il primo capitolo di dieci anni fa. Questo sequel non è nient’altro che una riproposizione esatta delle stesse, identiche dinamiche. I personaggi affrontano nuovamente gli stessi problemi, evolvendosi esattamente come già era capitato nel 2016: anche la trama sembra svilupparsi quasi allo stesso modo, non cambiando di una virgola tutto ciò che aveva funzionato.

La Disney di oggi è questa: in attesa di poter tornare a raccontare qualcosa di originale, si cerca di massimizzare i profitti ridando in pasto al pubblico idee sicure e ben poco rischiose. Una scelta cosciente e calcolata, che ha dato vita a un classico d’animazione di buona qualità baciato da un successo clamoroso. Quando le idee sono buone il risultato non può che essere questo: peccato che il 2016 è passato da un pezzo.

La Disney di oggi è questa: in attesa di poter tornare a raccontare qualcosa di originale, si cerca di massimizzare i profitti ridando in pasto al pubblico idee sicure e ben poco rischiose. Una scelta cosciente e calcolata, che ha dato vita a un classico d’animazione di buona qualità baciato da un successo clamoroso. Quando le idee sono buone il risultato non può che essere questo: peccato che il 2016 è passato da un pezzo.

Zootropolis 2 è un ottimo film d'animazione, ma solo se non avete mai visto il primo capitolo del 2016. Un sequel che non aggiunge davvero nulla di nuovo.

#Cinema #CineSky #RecensioniFuoriTempo

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i sette quadranti di
agatha 
christie
(2022)

i sette quadranti di agatha christie (2022)

Una serie tv può essere bella o brutta o, ancora peggio, può rivelarsi trascurabile e inutile. Per un prodotto di intrattenimento collocarsi in quest’anonima fascia media è forse la cosa peggiore di tutte. E I Sette Quadranti di Agatha Christie entra di diritto in questa triste e mesta categoria: lo fa con la scelta folle di trasformarsi in miniserie tv e tirar fuori tre stiracchiatissimi episodi laddove sarebbe bastato un semplice film per raccontare tutto; e, soprattutto, lo fa con il più classico degli omicidi ambientati tra le classi agiate dell’Inghilterra dei primi del ‘900.

Una serie tv può essere bella o brutta o, ancora peggio, può rivelarsi trascurabile e inutile. Per un prodotto di intrattenimento collocarsi in quest’anonima fascia media è forse la cosa peggiore di tutte. E I Sette Quadranti di Agatha Christie entra di diritto in questa triste e mesta categoria: lo fa con la scelta folle di trasformarsi in miniserie tv e tirar fuori tre stiracchiatissimi episodi laddove sarebbe bastato un semplice film per raccontare tutto; e, soprattutto, lo fa con il più classico degli omicidi ambientati tra le classi agiate dell’Inghilterra dei primi del ‘900.

Tutto è piatto, senza mordente, con bravi attori buttati a caso e intrappolati in interpretazioni senza guizzi, una trama noiosa e che si sviluppa con una lentezza disarmante e una tensione che, sostanzialmente, non esiste mai. Tutto ruota intorno alla solita protagonista femminile forte in un contesto sociale che le mette costantemente i bastoni tra le ruote: solo la sua forza e indipendenza le permetteranno, dopo infinite sofferenze, di vincere la sua battaglia.

Tutto è piatto, senza mordente, con bravi attori buttati a caso e intrappolati in interpretazioni senza guizzi, una trama noiosa e che si sviluppa con una lentezza disarmante e una tensione che, sostanzialmente, non esiste mai. Tutto ruota intorno alla solita protagonista femminile forte in un contesto sociale che le mette costantemente i bastoni tra le ruote: solo la sua forza e indipendenza le permetteranno, dopo infinite sofferenze, di vincere la sua battaglia.

Potremmo pensare che sia lei, alla fine, a risolvere il caso: apparentemente è così, ma nel concreto si ha la sensazione che gli eventi accadano e basta, svelandosi quasi da soli. La protagonista non deduce, non risolve nulla, affronta e basta, con coraggio e testardaggine, tra una battuta brillante, qualche inseguimento d’auto a rallentatore e poco altro. Siamo circondati da così tanti gialli deduttivi che ci vuole qualcosa di più che una società segreta con gli orologi in faccia per dire di aver dato vita a una bella storia.

Potremmo pensare che sia lei, alla fine, a risolvere il caso: apparentemente è così, ma nel concreto si ha la sensazione che gli eventi accadano e basta, svelandosi quasi da soli. La protagonista non deduce, non risolve nulla, affronta e basta, con coraggio e testardaggine, tra una battuta brillante, qualche inseguimento d’auto a rallentatore e poco altro. Siamo circondati da così tanti gialli deduttivi che ci vuole qualcosa di più che una società segreta con gli orologi in faccia per dire di aver dato vita a una bella storia.

Una delle robe più trascurabili che abbia visto nell'ultimo periodo. Non è nemmeno brutto I Sette Quadranti, è proprio inutile.

#SerieTV #Streaming #RecensioniFuoriTempo

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dawnrunner

Ram V, Cagle
edizioni bd
(2025)

dawnrunner Ram V, Cagle edizioni bd (2025)

La quintessenza del fumetto d’azione americana applicata al sempre affascinante mondo dei mecha di matrice prettamente giapponese. Dawnrunner ci getta a capofitto in un futuro distopico dove il mondo è sconvolto dagli attacchi continui di enormi creature aliene e l’unico modo per affrontarle e contenerle è servirsi di enormi robot giganti e di piloti esperti per poterli guidare. Molto facile tracciare una linea che porta dritti verso opere simili e verso un Neon Genesis Evangelion che diventa qualcosa in più che una semplice fonte d’ispirazione.

La quintessenza del fumetto d’azione americana applicata al sempre affascinante mondo dei mecha di matrice prettamente giapponese. Dawnrunner ci getta a capofitto in un futuro distopico dove il mondo è sconvolto dagli attacchi continui di enormi creature aliene e l’unico modo per affrontarle e contenerle è servirsi di enormi robot giganti e di piloti esperti per poterli guidare. Molto facile tracciare una linea che porta dritti verso opere simili e verso un Neon Genesis Evangelion che diventa qualcosa in più che una semplice fonte d’ispirazione.

I punti di contatto con l’opera di Hideaki Anno sono palesi e numerosi un po’ ad ogni livello: il rapporto pilota/robot nasconde anche qui qualcosa di più profondo, un legame che è alla base di una storia che prova a trovare un suo equilibrio tra azione smodata e spettacolare e fine introspezione psicologica. Non sempre queste due anime riescono a convivere insieme e Dawnrunner si ritrova a correre a perdifiato verso il finale, dandoci in pasto una storia valida ma che avrebbe forse beneficiato di qualche pagina in più per funzionare meglio.

I punti di contatto con l’opera di Hideaki Anno sono palesi e numerosi un po’ ad ogni livello: il rapporto pilota/robot nasconde anche qui qualcosa di più profondo, un legame che è alla base di una storia che prova a trovare un suo equilibrio tra azione smodata e spettacolare e fine introspezione psicologica. Non sempre queste due anime riescono a convivere insieme e Dawnrunner si ritrova a correre a perdifiato verso il finale, dandoci in pasto una storia valida ma che avrebbe forse beneficiato di qualche pagina in più per funzionare meglio.

La sensazione è che si sia voluto mettere tanto in troppo poco spazio: ogni pagina appare piena, dinamica, ricca, con disegni sempre dettagliati e in costante movimento. Esteticamente e a livello di palette cromatica il fumetto è stupendo, soprattutto nel design magnifico degli alieni e dei robot ma, ancora una volta, in ogni tavola c’è talmente tanto da rendere spesso faticoso comprendere davvero l’azione e godersi al meglio ogni dettaglio.

La sensazione è che si sia voluto mettere tanto in troppo poco spazio: ogni pagina appare piena, dinamica, ricca, con disegni sempre dettagliati e in costante movimento. Esteticamente e a livello di palette cromatica il fumetto è stupendo, soprattutto nel design magnifico degli alieni e dei robot ma, ancora una volta, in ogni tavola c’è talmente tanto da rendere spesso faticoso comprendere davvero l’azione e godersi al meglio ogni dettaglio.

Dawnrunner è un fumetto esteticamente incredibile, con colori e dettagli davvero d'impatto. L'originalità è poca ma si lascia comunque leggere con piacere.

#Fumetti #BookSky #RecensioniFuoriTempo

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scarface

brian de palma
(1983)

scarface brian de palma (1983)

Superficialmente Scarface può sembrare la classica storia del piccolo criminale che diventa grande, viene inebriato dal potere e finisce per esserne distrutto. In parte è effettivamente così: quella scritta da Oliver Stone è la storia del cubano Tony Montana, della sua ambizione e del modo in cui la droga che lo ha reso ricco e potente lo ha privato di ogni affetto e distrutto. Ma in questo film c’è tanto di più: c’è innanzitutto la voglia di calarlo nella realtà del tempo e di renderlo verosimile.

Superficialmente Scarface può sembrare la classica storia del piccolo criminale che diventa grande, viene inebriato dal potere e finisce per esserne distrutto. In parte è effettivamente così: quella scritta da Oliver Stone è la storia del cubano Tony Montana, della sua ambizione e del modo in cui la droga che lo ha reso ricco e potente lo ha privato di ogni affetto e distrutto. Ma in questo film c’è tanto di più: c’è innanzitutto la voglia di calarlo nella realtà del tempo e di renderlo verosimile.

Brian De Palma ha dato vita a un film profondamente e innegabilmente politico, una sorta di specchio della Miami (e degli Stati Uniti) dei primi anni ’80, dove la criminalità organizzata, le forze dell’ordine e il potere politico andavano di pari passo, mossi da fiumi di denaro e dal business della droga, formalmente combattuto ma segretamente spalleggiato e assecondato. I personaggi raccontati sono i figli di questo sistema distorto: Tony è un immigrato in cerca di fortuna, irretito dai soldi facili e dal potere e disposto a tutto pur di fare strada; la sua è sin da subito una parabola di distruzione e perdita, un fuoco che si accende velocissimo e brucia con vigore tutto ciò che gli sta attorno, finendo per non lasciare più nulla se non cenere.

Brian De Palma ha dato vita a un film profondamente e innegabilmente politico, una sorta di specchio della Miami (e degli Stati Uniti) dei primi anni ’80, dove la criminalità organizzata, le forze dell’ordine e il potere politico andavano di pari passo, mossi da fiumi di denaro e dal business della droga, formalmente combattuto ma segretamente spalleggiato e assecondato. I personaggi raccontati sono i figli di questo sistema distorto: Tony è un immigrato in cerca di fortuna, irretito dai soldi facili e dal potere e disposto a tutto pur di fare strada; la sua è sin da subito una parabola di distruzione e perdita, un fuoco che si accende velocissimo e brucia con vigore tutto ciò che gli sta attorno, finendo per non lasciare più nulla se non cenere.

Ma la cenere in questo film è la cocaina, che distrugge ogni cosa che tocca e la scia che accompagna il film è rossa come il sangue che, sin dalle prime battute, viene versato copioso. I capitoli di questa storia vanno a comporre un mosaico esagerato e potente che ha nella sparatoria finale il suo culmine e nella mitica frase “the world is yours” il suo beffardo e indimenticabile simbolo.

Ma la cenere in questo film è la cocaina, che distrugge ogni cosa che tocca e la scia che accompagna il film è rossa come il sangue che, sin dalle prime battute, viene versato copioso. I capitoli di questa storia vanno a comporre un mosaico esagerato e potente che ha nella sparatoria finale il suo culmine e nella mitica frase “the world is yours” il suo beffardo e indimenticabile simbolo.

Scarface è un capolavoro conosciuto e amato, una parabola criminale violenta e indimenticabile, ma anche il racconto profondamente politico di una società corrotta e senza possibilità di salvezza.

#Cinema #CineSky #RecensioniFuoriTempo #FilmFuoriTempo

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piccole cose
come queste


Tim Mielants
(2024)

piccole cose come queste Tim Mielants (2024)

C’è il silenzio ovattato di un Irlanda lontana nel tempo ma molto più vicina a noi di quanto pensiamo; c’è la ripetitività dei piccoli gesti, quelli di vite semplici, umili, sempre uguali a loro stesse; c’è un paese ancorato alle sue millenarie abitudini e convinzioni; c’è un uomo, il carbonaio Bill, figlio traumatizzato di tutto questo mondo; c’è, infine, un convento, una Casa Magdalene dove giovani donne sole vengono sfruttate e maltrattate dalle suore.

C’è il silenzio ovattato di un Irlanda lontana nel tempo ma molto più vicina a noi di quanto pensiamo; c’è la ripetitività dei piccoli gesti, quelli di vite semplici, umili, sempre uguali a loro stesse; c’è un paese ancorato alle sue millenarie abitudini e convinzioni; c’è un uomo, il carbonaio Bill, figlio traumatizzato di tutto questo mondo; c’è, infine, un convento, una Casa Magdalene dove giovani donne sole vengono sfruttate e maltrattate dalle suore.

Piccole cose come queste si muove in silenzio tra questi apparenti sprazzi di normalità: ma tra il freddo di un Natale come gli altri e l’ennesimo sacco di carbone da consegnare una dissonanza si fa sempre più forte e persistente, un rumore di fondo disturbante che cambia ogni cosa e che coincide con l’esatto momento in cui Bill entra in contatto con le suore e ciò che fanno. A riaffiorare saranno vecchi traumi e ricordi terribili, di quelli che non si possono più ignorare, di quelli che ti mettono faccia a faccia con una normalità che tanto normale non è.

Piccole cose come queste si muove in silenzio tra questi apparenti sprazzi di normalità: ma tra il freddo di un Natale come gli altri e l’ennesimo sacco di carbone da consegnare una dissonanza si fa sempre più forte e persistente, un rumore di fondo disturbante che cambia ogni cosa e che coincide con l’esatto momento in cui Bill entra in contatto con le suore e ciò che fanno. A riaffiorare saranno vecchi traumi e ricordi terribili, di quelli che non si possono più ignorare, di quelli che ti mettono faccia a faccia con una normalità che tanto normale non è.

Tim Mielants porta in scena il romanzo di Claire Keegan, muovendosi con pacatezza tra due linee temporali che vengono fatte convergere l’una sull’altra, influenzandosi e diventando un tutt’uno. Poche parole, silenzi interminabili ma significativi e tante cose che sembrano muoversi sullo sfondo ma riescono sempre a catturare l’attenzione. Il finale sospeso nel vuoto lascia un po’ interdetti, ma è perfettamente in linea con un film a cui basta davvero poco per raccontare qualcosa di davvero importante.

Tim Mielants porta in scena il romanzo di Claire Keegan, muovendosi con pacatezza tra due linee temporali che vengono fatte convergere l’una sull’altra, influenzandosi e diventando un tutt’uno. Poche parole, silenzi interminabili ma significativi e tante cose che sembrano muoversi sullo sfondo ma riescono sempre a catturare l’attenzione. Il finale sospeso nel vuoto lascia un po’ interdetti, ma è perfettamente in linea con un film a cui basta davvero poco per raccontare qualcosa di davvero importante.

Tanti silenzi per uno spaccato di tempi che sembrano lontani ma non lo sono poi tanto: Piccole cose come queste racconta l'Irlanda e lo scandalo delle Case Magdalene. Da guardare.

#Cinema #CineSky #RecensioniFuoriTempo

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fallout

stagione 2
(2025-2026)

fallout stagione 2 (2025-2026)

La prima stagione era stata folgorante e le aspettative per i nuovi episodi erano ovviamente altissime. Fallout si conferma un buon prodotto, con un tono del racconto e uno stile estetico che ne rappresentano il cuore vivo e pulsante e che, in qualche modo, la distinguono e la rendono unica nel suo genere. Il bellissimo, desertico e polveroso mondo post-apocalittico viene ampliato con l’affascinante decadenza di New Vegas, versione deviata della celebre città americana dei casinò; violenza, sangue e smembramenti vengono gestiti con grande creatività e stemperati da una voglia di non prendersi mai sul serio ancora più marcata, tra trovate assurde, scelte musicali perfette nel loro essere completamente estranee a ciò che viene mostrato e un novero di personaggi secondari sopra le righe ancora più ampio.

La prima stagione era stata folgorante e le aspettative per i nuovi episodi erano ovviamente altissime. Fallout si conferma un buon prodotto, con un tono del racconto e uno stile estetico che ne rappresentano il cuore vivo e pulsante e che, in qualche modo, la distinguono e la rendono unica nel suo genere. Il bellissimo, desertico e polveroso mondo post-apocalittico viene ampliato con l’affascinante decadenza di New Vegas, versione deviata della celebre città americana dei casinò; violenza, sangue e smembramenti vengono gestiti con grande creatività e stemperati da una voglia di non prendersi mai sul serio ancora più marcata, tra trovate assurde, scelte musicali perfette nel loro essere completamente estranee a ciò che viene mostrato e un novero di personaggi secondari sopra le righe ancora più ampio.

Gli autori hanno insomma ben compreso cosa aveva funzionato e lo hanno riproposto senza pensarci troppo: molto più spazio quindi ai flashback sul passato di Cooper e all’ampliamento generale di una storia resa più grande, ricca di misteri e complessa. Uno sviluppo orizzontale piacevole e funzionale, ma che non va di pari passo con la crescita dei personaggi e del “cuore” della storia: ai protagonisti, in questi otto episodi, succede davvero poco, utilizzati più per raccontare ciò che è accaduto che per portare davvero avanti il loro percorso.

Gli autori hanno insomma ben compreso cosa aveva funzionato e lo hanno riproposto senza pensarci troppo: molto più spazio quindi ai flashback sul passato di Cooper e all’ampliamento generale di una storia resa più grande, ricca di misteri e complessa. Uno sviluppo orizzontale piacevole e funzionale, ma che non va di pari passo con la crescita dei personaggi e del “cuore” della storia: ai protagonisti, in questi otto episodi, succede davvero poco, utilizzati più per raccontare ciò che è accaduto che per portare davvero avanti il loro percorso.

L’impatto generale è così molto meno efficace rispetto a quello della prima stagione: abbiamo tanti elementi in più tra le mani, ma con la sensazione che le cose non si siano poi evolute e sviluppate più di tanto. Una classica seconda stagione interlocutoria che, tra l’altro, non sembra aver avuto lo stesso riscontro e successo sul pubblico. Per fortuna la serie è già stata rinnovata: nulla è ancora perduto.

L’impatto generale è così molto meno efficace rispetto a quello della prima stagione: abbiamo tanti elementi in più tra le mani, ma con la sensazione che le cose non si siano poi evolute e sviluppate più di tanto. Una classica seconda stagione interlocutoria che, tra l’altro, non sembra aver avuto lo stesso riscontro e successo sul pubblico. Per fortuna la serie è già stata rinnovata: nulla è ancora perduto.

Fallout continua ad essere una serie unica, godibile e divertente, con un tono e un modo di raccontare il post-apocalittico unico nel suo genere. Eppure in questa stagione due qualcosa che non funziona c'è...

#SerieTV #Streaming #RecensioniFuoriTempo

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nereidi

ilaria palleschi 
il castoro 
(2025)

nereidi ilaria palleschi il castoro (2025)

Parlare per grandi metafore è sempre una buona cosa: si affrontano temi importanti dandogli un sapore diverso, stuzzicando la fantasia e lanciando messaggi che possono arrivare a essere davvero potenti. E Ilaria Palleschi la sua metafora in Nereidi l’ha curata davvero molto bene, non andando per il sottile nel parlare con chiara schiettezza del mondo di oggi, quello dove la condizione femminile non è più solo una piaga sociale, ma anche la causa diretta di buona parte delle pagine di cronaca nera che leggiamo ogni giorno.

Parlare per grandi metafore è sempre una buona cosa: si affrontano temi importanti dandogli un sapore diverso, stuzzicando la fantasia e lanciando messaggi che possono arrivare a essere davvero potenti. E Ilaria Palleschi la sua metafora in Nereidi l’ha curata davvero molto bene, non andando per il sottile nel parlare con chiara schiettezza del mondo di oggi, quello dove la condizione femminile non è più solo una piaga sociale, ma anche la causa diretta di buona parte delle pagine di cronaca nera che leggiamo ogni giorno.

Mito e realtà si mescolano in questa storia ambientata su un isola in mezzo al mare dove la violenza e la supremazia pervasiva maschile hanno privato le donne di quasi tutte le loro libertà: ma una forza antica e ancestrale le protegge e le aiuta, mostrandole quanto importante sia lo spirito di unione, di condivisione e di aiuto reciproco. Tutto è pervaso dal celeste pastello di un mare infinito che cerca di lavare e purificare, da bellissimi paesaggi che ricordano la Grecia Antica e la Sicilia di oggi, luoghi di un racconto fuori dal tempo ma pervaso da un fortissimo realismo magico.

Mito e realtà si mescolano in questa storia ambientata su un isola in mezzo al mare dove la violenza e la supremazia pervasiva maschile hanno privato le donne di quasi tutte le loro libertà: ma una forza antica e ancestrale le protegge e le aiuta, mostrandole quanto importante sia lo spirito di unione, di condivisione e di aiuto reciproco. Tutto è pervaso dal celeste pastello di un mare infinito che cerca di lavare e purificare, da bellissimi paesaggi che ricordano la Grecia Antica e la Sicilia di oggi, luoghi di un racconto fuori dal tempo ma pervaso da un fortissimo realismo magico.

Poche parole, tanti silenzi, volti di donne scavati dai soprusi e dal senso di colpa, esaltati da un tratto semplice ma efficace. Nereidi è un libro che ci mette drammaticamente davanti a ciò che siamo ma che prova anche a lanciare un profondo messaggio di speranza, quasi a volerci dire che dopo la tempesta, se vogliamo, c’è sempre il sereno. Ma dobbiamo essere noi ad avere il coraggio di volerlo quel piccola sprazzo di cielo limpido.

Poche parole, tanti silenzi, volti di donne scavati dai soprusi e dal senso di colpa, esaltati da un tratto semplice ma efficace. Nereidi è un libro che ci mette drammaticamente davanti a ciò che siamo ma che prova anche a lanciare un profondo messaggio di speranza, quasi a volerci dire che dopo la tempesta, se vogliamo, c’è sempre il sereno. Ma dobbiamo essere noi ad avere il coraggio di volerlo quel piccola sprazzo di cielo limpido.

Un metafora molto ben studiata che racconta molto bene la condizione femminile nel mondo di ieri e di oggi. Nereidi è un fumetto piacevole e colorato, semplice ma con un messaggio molto efficace e importante.

#Fumetti #BookSky #RecensioniFuoriTempo

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control

(2021)

control (2021)

Prendere il concetto di labirinto e trasformarlo in un videogioco. Control è un labirinto sotto tutti i punti di vista: fisico, mentale, di trama, di concetti. Nasce come una costola di Alan Wake, ma ne amplia a dismisura l’universo di riferimento dando vita a una lore capace di diventare fonte inesauribile di giochi e suggestioni: qui ci vengono fatti vestire i panni di una giovane ragazza, intrappolata nei corridoi, nelle sale e nei reparti di un’agenzia governativa impegnata a gestire, studiare e controllare in gran segreto i fenomeni sovrannaturali che avvengono nel mondo. Remedy dà vita a una trama criptica e indecifrabile, che confonde lo spettatore e lo riempie di spunti infiniti e inesauribili.

Prendere il concetto di labirinto e trasformarlo in un videogioco. Control è un labirinto sotto tutti i punti di vista: fisico, mentale, di trama, di concetti. Nasce come una costola di Alan Wake, ma ne amplia a dismisura l’universo di riferimento dando vita a una lore capace di diventare fonte inesauribile di giochi e suggestioni: qui ci vengono fatti vestire i panni di una giovane ragazza, intrappolata nei corridoi, nelle sale e nei reparti di un’agenzia governativa impegnata a gestire, studiare e controllare in gran segreto i fenomeni sovrannaturali che avvengono nel mondo. Remedy dà vita a una trama criptica e indecifrabile, che confonde lo spettatore e lo riempie di spunti infiniti e inesauribili.

Intorno alla basilare trama principale - la protagonista deve affrontare un trauma irrisolto e ritrovare il suo fratello sparito - viene costruito un mosaico infinito di spunti, sottotrame ed elementi che confondono ma arricchiscono con coerenza il gioco e la sua storia. Control ha sempre qualcosa da dire o raccontare al giocatore, ha sempre una rivelazione, un video da farci vedere, un documento da farci leggere, un personaggio con cui farci interagire: costruisce la sua enorme storia un passo alla volta, rimanendo sempre coerente con un tono assurdamente inquietante e quell’idea di labirinto mentale che non inficia mai il senso di enorme coerenza che si respira dall’inizio alla fine.

Intorno alla basilare trama principale - la protagonista deve affrontare un trauma irrisolto e ritrovare il suo fratello sparito - viene costruito un mosaico infinito di spunti, sottotrame ed elementi che confondono ma arricchiscono con coerenza il gioco e la sua storia. Control ha sempre qualcosa da dire o raccontare al giocatore, ha sempre una rivelazione, un video da farci vedere, un documento da farci leggere, un personaggio con cui farci interagire: costruisce la sua enorme storia un passo alla volta, rimanendo sempre coerente con un tono assurdamente inquietante e quell’idea di labirinto mentale che non inficia mai il senso di enorme coerenza che si respira dall’inizio alla fine.

Unite a tutto questo un gameplay action ricco e sfaccettato che, da semplici personaggi con una pistola in mano e un attacco corpo a corpo, ci trasformerà in semidei capaci di piegare la materia al nostro volere, spostare oggetti, scattare, lievitare, controllare menti e distruggere ogni cosa. La progressione è scandita da continue novità di gameplay, da potenziamenti che evolvono costantemente il nostro approccio all’esplorazione e al combattimento, accompagnandoci in un gioco impegnativo ma mai frustrante, divertente e adrenalinico, con un gran ritmo e una gran storia. Un piccolo e indimenticabile capolavoro.

Unite a tutto questo un gameplay action ricco e sfaccettato che, da semplici personaggi con una pistola in mano e un attacco corpo a corpo, ci trasformerà in semidei capaci di piegare la materia al nostro volere, spostare oggetti, scattare, lievitare, controllare menti e distruggere ogni cosa. La progressione è scandita da continue novità di gameplay, da potenziamenti che evolvono costantemente il nostro approccio all’esplorazione e al combattimento, accompagnandoci in un gioco impegnativo ma mai frustrante, divertente e adrenalinico, con un gran ritmo e una gran storia. Un piccolo e indimenticabile capolavoro.

Control è un gran bel videogioco, divertente da giocare e con una storia che cattura e ti tiene avvinghiato nel tentativo di comprenderne i più oscuri segreti. Un gioco che sa distinguersi dalla massa, senza dubbio.

#VideoGiochi #VideoGames #RecensioniFuoriTempo

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e.t. l’extra-
terrestre

steven spielberg
(1982)

e.t. l’extra- terrestre steven spielberg (1982)

Pochi registi, nel corso della loro carriera, sono stati capaci di riceve apprezzamenti unanimi da pubblico e critica e ancora di meno sono i film capaci di raggiungere questo traguardo quasi impossibile. Steven Spielberg in questo è sempre stato una miniera d’oro e il suo E.T. resta uno dei film più apprezzati e amati di tutti i tempi. Il motivo è presto detto e sta tutto nel perfetto equilibrio di una storia che sa essere emozionante, drammatica, genuinamente divertente, misteriosa e ricca sotto ogni punto di vista. Quella dell’extraterrestre che arriva sulla terra e si lega indissolubilmente a un piccolo bambino e alla sua famiglia è una vicenda carica di significati profondi, che parla dell’innocenza della giovinezza e del cinismo degli adulti e di quanto l’età che passa ci renda tutti più cinici e cattivi.

Pochi registi, nel corso della loro carriera, sono stati capaci di riceve apprezzamenti unanimi da pubblico e critica e ancora di meno sono i film capaci di raggiungere questo traguardo quasi impossibile. Steven Spielberg in questo è sempre stato una miniera d’oro e il suo E.T. resta uno dei film più apprezzati e amati di tutti i tempi. Il motivo è presto detto e sta tutto nel perfetto equilibrio di una storia che sa essere emozionante, drammatica, genuinamente divertente, misteriosa e ricca sotto ogni punto di vista. Quella dell’extraterrestre che arriva sulla terra e si lega indissolubilmente a un piccolo bambino e alla sua famiglia è una vicenda carica di significati profondi, che parla dell’innocenza della giovinezza e del cinismo degli adulti e di quanto l’età che passa ci renda tutti più cinici e cattivi.

Spielberg proietta nel film parte del suo vissuto, del rapporto conflittuale coi genitori, tra padre assente, divorzi, adulti imbecilli e bambini che devono crescere e maturare molto prima di quanto dovrebbero. Ma al di là dei suoi significati più profondi E.T. racchiude in se tutta l’essenza del grande blockbuster americano anni’80, quel connubio perfetto tra periferia americana, villette a schiera, bambini in bicicletta, avventure inenarrabili e tanto divertimento; alla semplicità della storia si unisce un’impianto scenico ed effetti speciali di alto profilo, nonché la mano di un regista bravo come pochi a regalare le giuste atmosfere ad ogni inquadratura.

Spielberg proietta nel film parte del suo vissuto, del rapporto conflittuale coi genitori, tra padre assente, divorzi, adulti imbecilli e bambini che devono crescere e maturare molto prima di quanto dovrebbero. Ma al di là dei suoi significati più profondi E.T. racchiude in se tutta l’essenza del grande blockbuster americano anni’80, quel connubio perfetto tra periferia americana, villette a schiera, bambini in bicicletta, avventure inenarrabili e tanto divertimento; alla semplicità della storia si unisce un’impianto scenico ed effetti speciali di alto profilo, nonché la mano di un regista bravo come pochi a regalare le giuste atmosfere ad ogni inquadratura.

Un film che ha segnato un’epoca, iconico quasi in ogni scorcio, con dialoghi memorabili e un equilibrio d’intenti capace di suonare le giuste corde degli spettatori, adulti o bambini che siano. Una magia che pochi film sono stati in grado di ottenere: ma quelle rarissime volte in cui tutto è al posto giusto il risultato non può che essere incredibile.

Un film che ha segnato un’epoca, iconico quasi in ogni scorcio, con dialoghi memorabili e un equilibrio d’intenti capace di suonare le giuste corde degli spettatori, adulti o bambini che siano. Una magia che pochi film sono stati in grado di ottenere: ma quelle rarissime volte in cui tutto è al posto giusto il risultato non può che essere incredibile.

Un film che non si può non amare, soprattutto se lo si vede da piccoli. La maestria di Spielberg unita a una storia immortale e senza tempo. Indimenticabile.

#Cinema #CineSky #RecensioniFuoriTempo #FilmFuoriTempo

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anatomia di
una caduta

Justine Triet
(2023)

anatomia di una caduta Justine Triet (2023)

La Palma d’Oro a Cannes del 2023 è un dramma familiare travestito da legal thriller, capace di affrontare con precisione chirurgica tematiche difficili, raccontando complesse dinamiche familiari e problematici rapporti di coppia. Le ambizioni del film di Justine Triet si rivelano sin da subito altissime: a parlare è certamente “il caso”, dove un uomo cade dall’ultimo piano di casa sua e viene ritrovato morto dal figlio; ma ad essere scandagliate sino al più piccolo dei dettagli sono le cause “più intime” che hanno portato al decesso, dal rapporto difficile con la moglie, passando per il figlio disabile, sino ad arrivare ai fallimenti personali.

La Palma d’Oro a Cannes del 2023 è un dramma familiare travestito da legal thriller, capace di affrontare con precisione chirurgica tematiche difficili, raccontando complesse dinamiche familiari e problematici rapporti di coppia. Le ambizioni del film di Justine Triet si rivelano sin da subito altissime: a parlare è certamente “il caso”, dove un uomo cade dall’ultimo piano di casa sua e viene ritrovato morto dal figlio; ma ad essere scandagliate sino al più piccolo dei dettagli sono le cause “più intime” che hanno portato al decesso, dal rapporto difficile con la moglie, passando per il figlio disabile, sino ad arrivare ai fallimenti personali.

A partire dal dilemma esistenziale tra omicidio e suicidio, “la caduta” da analizzare assume significati notevoli e piuttosto ampi: più che raccontare come l’uomo è morto si cerca di capire il perché, di analizzare la “sua” caduta personale e gli inciampi di una vita piena di ostacoli, difficoltà e problemi. Come nei gialli più riusciti, il film parte dal fatto assodato, aggancia lo spettatore con “il mistero” e lo conduce per mano in un intricato puzzle ricco di dettagli sempre più interessanti ma senza soluzione.

A partire dal dilemma esistenziale tra omicidio e suicidio, “la caduta” da analizzare assume significati notevoli e piuttosto ampi: più che raccontare come l’uomo è morto si cerca di capire il perché, di analizzare la “sua” caduta personale e gli inciampi di una vita piena di ostacoli, difficoltà e problemi. Come nei gialli più riusciti, il film parte dal fatto assodato, aggancia lo spettatore con “il mistero” e lo conduce per mano in un intricato puzzle ricco di dettagli sempre più interessanti ma senza soluzione.

Per Anatomia di una Caduta, infatti, non è tanto importante la verità, quanto piuttosto raccontare il dramma dei suoi personaggi, parlare con libertà di dinamiche complesse, provando a usare un punto di vista femminile, quello di una moglie accusata ma anche vittima. L’aula di tribunale, con le sue testimonianze, le sue arringhe e le sue rivelazioni è il palco perfetto per dissezionare e raccontare “una famiglia” nel modo meno tradizionale possibile, permettendole di confrontarsi con un presente dove la modernità di vedute e pensiero è ancora nient’altro che una facciata di comodo.

Per Anatomia di una Caduta, infatti, non è tanto importante la verità, quanto piuttosto raccontare il dramma dei suoi personaggi, parlare con libertà di dinamiche complesse, provando a usare un punto di vista femminile, quello di una moglie accusata ma anche vittima. L’aula di tribunale, con le sue testimonianze, le sue arringhe e le sue rivelazioni è il palco perfetto per dissezionare e raccontare “una famiglia” nel modo meno tradizionale possibile, permettendole di confrontarsi con un presente dove la modernità di vedute e pensiero è ancora nient’altro che una facciata di comodo.

Anatomia di una Caduta è un giallo atipico, un vero e proprio processo alla società moderna, alle sue storture e al modo in cui vengono viste e giudicate.

#Cinema #CineSky #RecensioniFuoriTempo

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kaiju no.8

stagioni 1-2
(2024-2025)

kaiju no.8 stagioni 1-2 (2024-2025)

Tante sono le ispirazioni che rendono Kaiju No. 8 un prodotto godibile, divertente e a suo modo appassionante, ma per niente innovativo. Uno shonen con tutti i crismi dove un protagonista un po’ sfigato acquisisce un potere incredibile ed è chiamato a difendere un mondo dilaniato da attacchi continui e sempre più pericolosi di kaiju, le enormi creature mostruose tanto care al mondo giapponese. Gli spunti principali sono Neon Genesis Evangelion e L’Attacco dei Giganti ma le ambizioni sono molto diverse: nel raccontare la storia di Kafka Hibino sono il divertimento e i combattimenti spettacolari ad essere messi al centro della scena.

Tante sono le ispirazioni che rendono Kaiju No. 8 un prodotto godibile, divertente e a suo modo appassionante, ma per niente innovativo. Uno shonen con tutti i crismi dove un protagonista un po’ sfigato acquisisce un potere incredibile ed è chiamato a difendere un mondo dilaniato da attacchi continui e sempre più pericolosi di kaiju, le enormi creature mostruose tanto care al mondo giapponese. Gli spunti principali sono Neon Genesis Evangelion e L’Attacco dei Giganti ma le ambizioni sono molto diverse: nel raccontare la storia di Kafka Hibino sono il divertimento e i combattimenti spettacolari ad essere messi al centro della scena.

La serie funziona molto bene quando mostra i muscoli, alternando perfettamente azione, tensione e un po’ di sana comicità per stemperare il dramma; un po’ meno efficaci sono i momenti in cui la storia prova a darsi un tono di serietà, mettendo in campo emotività, eroismo e tormenti interiori. Qui la serie presta il fianco a confronti impietosi con le sue due già citate fonti principali ma anche con shonen meno profondi e ambiziosi ma comunque più equilibrati e solidi, come Demon Slayer o Jujutsu Kaisen, per citare due anime di grande successo degli ultimi anni.

La serie funziona molto bene quando mostra i muscoli, alternando perfettamente azione, tensione e un po’ di sana comicità per stemperare il dramma; un po’ meno efficaci sono i momenti in cui la storia prova a darsi un tono di serietà, mettendo in campo emotività, eroismo e tormenti interiori. Qui la serie presta il fianco a confronti impietosi con le sue due già citate fonti principali ma anche con shonen meno profondi e ambiziosi ma comunque più equilibrati e solidi, come Demon Slayer o Jujutsu Kaisen, per citare due anime di grande successo degli ultimi anni.

Se la prima stagione, in ogni caso, riusciva a presentare molto bene il protagonista e il suo mondo, nella seconda, che lascia spazio a molta più varietà di punti di vista e personaggi, si ha la sensazione di un certo grado di confusione e di una storia che ancora non ha detto quasi nulla. Non colpisce nemmeno l’estetica: ottime animazioni ma stile un po’ troppo semplice e “scarno”. Kaiju No. 8 resta comunque una serie di buon intrattenimento, perfetta per l’adolescente di oggi ma ancora ben lontana dall’eccellenza cui vorrebbe ispirarsi.

Se la prima stagione, in ogni caso, riusciva a presentare molto bene il protagonista e il suo mondo, nella seconda, che lascia spazio a molta più varietà di punti di vista e personaggi, si ha la sensazione di un certo grado di confusione e di una storia che ancora non ha detto quasi nulla. Non colpisce nemmeno l’estetica: ottime animazioni ma stile un po’ troppo semplice e “scarno”. Kaiju No. 8 resta comunque una serie di buon intrattenimento, perfetta per l’adolescente di oggi ma ancora ben lontana dall’eccellenza cui vorrebbe ispirarsi.

Kaiju no.8 è un altro anime piuttosto amato dell'ultimo periodo. La prima stagione, tutto sommato, mi aveva convinto; la seconda un po' meno. Risultato: penso mi fermerò qui.

#Anime #SerieTV #RecensioniFuoriTempo

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corpo a corpo

giovanni scarduelli 
terre di mezzo 
(2025)

corpo a corpo giovanni scarduelli terre di mezzo (2025)

La forza di certe storie, molto spesso, sta tutta nella semplicità totale con cui vengono raccontate. Una linearità che dà vita a immagini in cui è facilissimo riconoscersi, personaggi e situazioni con cui è bellissimo empatizzare e momenti che lasciano qualcosa. Corpo a Corpo è la storia di Martino, un adolescente delle superiori timido e insicuro, diviso tra un liceo difficile, professori che minano ogni sua certezza, primi amori e conflitti apparentemente insanabili. Ma Corpo a Corpo è anche la storia dell’adolescenza di ognuno di noi e racconta sensazioni che un po’ tutti abbiamo vissuto sulla nostra pelle, in un modo o nell’altro.

La forza di certe storie, molto spesso, sta tutta nella semplicità totale con cui vengono raccontate. Una linearità che dà vita a immagini in cui è facilissimo riconoscersi, personaggi e situazioni con cui è bellissimo empatizzare e momenti che lasciano qualcosa. Corpo a Corpo è la storia di Martino, un adolescente delle superiori timido e insicuro, diviso tra un liceo difficile, professori che minano ogni sua certezza, primi amori e conflitti apparentemente insanabili. Ma Corpo a Corpo è anche la storia dell’adolescenza di ognuno di noi e racconta sensazioni che un po’ tutti abbiamo vissuto sulla nostra pelle, in un modo o nell’altro.

Giovanni Scarduelli è bravo a raccontare molto bene il suo protagonista, a farci entrare nella sua mente e a mostrarci i suoi pensieri e i suoi problemi, anche con interessanti trovate visive capaci di metterci faccia a faccia con i suoi incubi e il suo tormentato “palazzo mentale”. Interessante, seppur un po’ confusionaria nell’andare avanti e indietro nel tempo, è la scelta di raccontare la storia attraverso il dipanarsi di un intero anno scolastico, con cartoline che mettono di volta in volta luce su aspetti specifici e che mostrano con efficacia l’evoluzione del protagonista e delle sue consapevolezze.

Giovanni Scarduelli è bravo a raccontare molto bene il suo protagonista, a farci entrare nella sua mente e a mostrarci i suoi pensieri e i suoi problemi, anche con interessanti trovate visive capaci di metterci faccia a faccia con i suoi incubi e il suo tormentato “palazzo mentale”. Interessante, seppur un po’ confusionaria nell’andare avanti e indietro nel tempo, è la scelta di raccontare la storia attraverso il dipanarsi di un intero anno scolastico, con cartoline che mettono di volta in volta luce su aspetti specifici e che mostrano con efficacia l’evoluzione del protagonista e delle sue consapevolezze.

A livello estetico le tavole e i disegni seguono con efficacia la via della semplicità, con un tratto deciso e scarno, che con le sue linee a matita dà molta importanza all’espressività dei volti e dei movimenti. Corpo a Corpo è in fondo tutto qui: ogni cosa è alla luce del sole, accogliente e prevedibile ma capace di dire davvero qualcosa.

A livello estetico le tavole e i disegni seguono con efficacia la via della semplicità, con un tratto deciso e scarno, che con le sue linee a matita dà molta importanza all’espressività dei volti e dei movimenti. Corpo a Corpo è in fondo tutto qui: ogni cosa è alla luce del sole, accogliente e prevedibile ma capace di dire davvero qualcosa.

Corpo a Corpo è la storia di un ragazzo come tanti, in cui è facilissimo riconoscerci e naturale empatizzare. Una storia comune a tanti di noi: da far leggere agli adolescenti delle nostre scuole.

#Fumetti #BookSky #RecensioniFuoriTempo

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shining

stanley kubrick
(1980)

shining stanley kubrick (1980)

Di Shining avevamo già parlato, in un Halloween di qualche anno fa, ma è impossibile non citarlo in questa infinita lista di grandi capolavori della storia del cinema. Quello orchestrato da Stanley Kubrick è, per chi scrive, l’horror più bello di sempre, capace come pochi di creare un immaginario e uno stile unico nel suo genere, messo al servizio di una storia semplice ma di grande impatto. A colpire non è tanto il modo in cui una famiglia isolata in un hotel in mezzo alla neve cada in un incubo terribile e senza fine, ma come tutto ciò che gravita intorno e dentro l’Overlook Hotel sia diventato iconico e intramontabile: ogni stanza, ogni corridoio, ogni apparizione, ogni citazione e ogni scena sono storia e lo sono perché Kubrick è stato capace di valorizzare anche il più piccolo dei dettagli, con la cura maniacale che da sempre è stata la sua più importante cifra stilistica.

Di Shining avevamo già parlato, in un Halloween di qualche anno fa, ma è impossibile non citarlo in questa infinita lista di grandi capolavori della storia del cinema. Quello orchestrato da Stanley Kubrick è, per chi scrive, l’horror più bello di sempre, capace come pochi di creare un immaginario e uno stile unico nel suo genere, messo al servizio di una storia semplice ma di grande impatto. A colpire non è tanto il modo in cui una famiglia isolata in un hotel in mezzo alla neve cada in un incubo terribile e senza fine, ma come tutto ciò che gravita intorno e dentro l’Overlook Hotel sia diventato iconico e intramontabile: ogni stanza, ogni corridoio, ogni apparizione, ogni citazione e ogni scena sono storia e lo sono perché Kubrick è stato capace di valorizzare anche il più piccolo dei dettagli, con la cura maniacale che da sempre è stata la sua più importante cifra stilistica.

L’uso della steadicam viene portato allo stato dell’arte, con l’inquadratura che segue i personaggi di fronte o alle spalle, muovendosi con serafica (e claustrofobica) calma negli enormi corridoi dell’hotel. Tutto Shining è un enorme e intricato labirinto che ci spinge a camminare senza sosta tra i suoi corridoi e le sue stanze, continuando a farci perdere l’orientamento: spazio e tempo si confondono, così come realtà e fantasia, passato e presente, vero e falso.

L’uso della steadicam viene portato allo stato dell’arte, con l’inquadratura che segue i personaggi di fronte o alle spalle, muovendosi con serafica (e claustrofobica) calma negli enormi corridoi dell’hotel. Tutto Shining è un enorme e intricato labirinto che ci spinge a camminare senza sosta tra i suoi corridoi e le sue stanze, continuando a farci perdere l’orientamento: spazio e tempo si confondono, così come realtà e fantasia, passato e presente, vero e falso.

A brillare, esaltati da questa impalcatura perfetta, sono quegli intramontabili e ancora oggi insuperati picchi di vero orrore: da un Jack Nicholson inquietante sin dalla prima scena, passando per le due gemelline, sino ad arrivare ai fiumi di sangue dall’ascensore o alla mitica 237. La quintessenza dell’horror al cinema, senza alcun dubbio.

A brillare, esaltati da questa impalcatura perfetta, sono quegli intramontabili e ancora oggi insuperati picchi di vero orrore: da un Jack Nicholson inquietante sin dalla prima scena, passando per le due gemelline, sino ad arrivare ai fiumi di sangue dall’ascensore o alla mitica 237. La quintessenza dell’horror al cinema, senza alcun dubbio.

Shining, l'icona intramontabile del cinema horror, uno dei film più belli di Kubrick. Non poteva esserci #FilmFuoriTempo migliore oggi.

#Cinema #CineSky #RecensioniFuoriTempo

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past lives

celine song 
(2023)

past lives celine song (2023)

Il solco che traccia Past Lives di Celine Song si inserisce a pieno titolo in quelle storie d’amore che rifiutano con forza quel romanticismo di facciata tanto caro alle commedie sentimentali statunitensi. Ci si ritrova più dalle parti della Sofia Coppola di Lost in Translation, con un finale struggente e sospeso nel vuoto, uno stile giocato tutto sulla sottrazione e il silenzio e la presenza, molto forte, del tema dell’incomunicabilità e dello strano confronto tra due culture e modi di vivere molto diversi.

Il solco che traccia Past Lives di Celine Song si inserisce a pieno titolo in quelle storie d’amore che rifiutano con forza quel romanticismo di facciata tanto caro alle commedie sentimentali statunitensi. Ci si ritrova più dalle parti della Sofia Coppola di Lost in Translation, con un finale struggente e sospeso nel vuoto, uno stile giocato tutto sulla sottrazione e il silenzio e la presenza, molto forte, del tema dell’incomunicabilità e dello strano confronto tra due culture e modi di vivere molto diversi.

L’inizio, profondamente metacinematografico, con la voce fuori campo a rappresentare il punto di vista dello spettatore, è folgorante: poi il film riavvolge il filo del tempo e ci racconta tutto, diventando eccessivamente lento e un po’ sbilanciato nel tentativo di raccontare entrambi i punti di vista di una storia complessa ma finendo per privilegiare quello della protagonista femminile Nora, riflesso autobiografico della regista e sceneggiatrice.

L’inizio, profondamente metacinematografico, con la voce fuori campo a rappresentare il punto di vista dello spettatore, è folgorante: poi il film riavvolge il filo del tempo e ci racconta tutto, diventando eccessivamente lento e un po’ sbilanciato nel tentativo di raccontare entrambi i punti di vista di una storia complessa ma finendo per privilegiare quello della protagonista femminile Nora, riflesso autobiografico della regista e sceneggiatrice.

Tutto si fonda sul concetto coreano di In-yeon, il filo del destino che unisce due persone e che deriva dagli strati di infinite vite passate che hanno condiviso. Due innamorati, tra Corea del Sud e Stati Uniti, si trovano e si perdono continuamente, coltivando un sogno amoroso che resta quasi solo immaginato e non si concretizza mai, mentre le loro vite vanno avanti. Un racconto d’amore che è anche metafora di quel legame indistruttibile che ci lega alle nostre origini e al nostro passato. Perché, anche se siamo andati vita, scappare da ciò che siamo è impossibile.

Tutto si fonda sul concetto coreano di In-yeon, il filo del destino che unisce due persone e che deriva dagli strati di infinite vite passate che hanno condiviso. Due innamorati, tra Corea del Sud e Stati Uniti, si trovano e si perdono continuamente, coltivando un sogno amoroso che resta quasi solo immaginato e non si concretizza mai, mentre le loro vite vanno avanti. Un racconto d’amore che è anche metafora di quel legame indistruttibile che ci lega alle nostre origini e al nostro passato. Perché, anche se siamo andati vita, scappare da ciò che siamo è impossibile.

Una storia d'amore trattata con garbo, delicatezza e, soprattutto, ben lontano dai classici stereotipi da film romantico americano. Past Lives è un bel film, senza dubbio.

#Cinema #CineSky #RecensioniFuoriTempo

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chainsaw man
 
(2022)

chainsaw man (2022)

Diciamolo subito, Chainsaw Man è un anime capace di distinguersi nettamente dalla massa, non tanto per le tematiche che tratta, ma per il modo in cui si racconta. Nella trasposizione dell’inossidabile studio MAPPA, tratta dal manga di Tatsuki Fujimoto, ci sono tutti gli elementi che da sempre accompagnano gli shonen più riusciti: un protagonista giovane e inesperto ma potenzialmente fortissimo, tanti combattimenti, un nemico terribile da sconfiggere, delle belle donne, una trama complessa e misteriosa.

Diciamolo subito, Chainsaw Man è un anime capace di distinguersi nettamente dalla massa, non tanto per le tematiche che tratta, ma per il modo in cui si racconta. Nella trasposizione dell’inossidabile studio MAPPA, tratta dal manga di Tatsuki Fujimoto, ci sono tutti gli elementi che da sempre accompagnano gli shonen più riusciti: un protagonista giovane e inesperto ma potenzialmente fortissimo, tanti combattimenti, un nemico terribile da sconfiggere, delle belle donne, una trama complessa e misteriosa.

Quello che differenzia questa storia da tutte le altre è la totale mancanza di buonismo e positività che sono quasi sempre parte integrante di questo tipo di storie. Chainsaw Man è ammantato da una follia imperante che governa tutti i personaggi, da un’anarchia di fondo dove ognuno è mosso da egoismo e futilità, dove l’ironia e lo humor nero dominano e dove violenza, fiumi di sangue, turpiloquio e cinismo la fanno da padrone.

Quello che differenzia questa storia da tutte le altre è la totale mancanza di buonismo e positività che sono quasi sempre parte integrante di questo tipo di storie. Chainsaw Man è ammantato da una follia imperante che governa tutti i personaggi, da un’anarchia di fondo dove ognuno è mosso da egoismo e futilità, dove l’ironia e lo humor nero dominano e dove violenza, fiumi di sangue, turpiloquio e cinismo la fanno da padrone.

Questi primi dodici episodi non fanno altro che grattare la superficie di una storia ancora piuttosto nascosta, con un nemico principale ancora tutto da scoprire e misteri apparentemente imperscrutabili sparsi qua e la: a dominare è un cast di personaggi (e demoni, ormai immancabili in qualsiasi manga/anime) fuori dalle righe ma davvero riuscito e una resa grafica ed estetica che lascia senza fiato, con una cura nel dettaglio e nella fluidità delle animazioni più unica che rara. L’unico problema, come sempre, sarà l’attesa infinita per i nuovi episodi. Un film di prossima uscita sta arrivando ma di una seconda stagione, per ora, nemmeno l’ombra.

Questi primi dodici episodi non fanno altro che grattare la superficie di una storia ancora piuttosto nascosta, con un nemico principale ancora tutto da scoprire e misteri apparentemente imperscrutabili sparsi qua e la: a dominare è un cast di personaggi (e demoni, ormai immancabili in qualsiasi manga/anime) fuori dalle righe ma davvero riuscito e una resa grafica ed estetica che lascia senza fiato, con una cura nel dettaglio e nella fluidità delle animazioni più unica che rara. L’unico problema, come sempre, sarà l’attesa infinita per i nuovi episodi. Un film di prossima uscita sta arrivando ma di una seconda stagione, per ora, nemmeno l’ombra.

Chainsaw Man è un anime che rimane facilmente impresso, con un tono molto particolare e animazioni davvero curate. Quattro anni per l'uscita di nuovi episodi però mi sembra un po' eccessivo.

#Anime #SerieTV #RecensioniFuoriTempo

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drcl Vol.6
Shin’ichi Sakamoto
jpop (2025)

drcl Vol.6 Shin’ichi Sakamoto jpop (2025)

Bello come un quadro, affilato come una lama, potente come un megafono. A rischio di dire più o meno sempre le stesse cose, non si può non sottolineare la grandiosità di quest’opera: DRCL giunge al suo sesto volume, continuando imperterrito nella sua riscrittura moderna di uno dei grandi classici della letteratura horror. La storia arriva finalmente al suo punto di svolta, chiarendo in maniera esplicita gli obiettivi che il maestro Sakamoto si era posto sin dall’inizio.

Bello come un quadro, affilato come una lama, potente come un megafono. A rischio di dire più o meno sempre le stesse cose, non si può non sottolineare la grandiosità di quest’opera: DRCL giunge al suo sesto volume, continuando imperterrito nella sua riscrittura moderna di uno dei grandi classici della letteratura horror. La storia arriva finalmente al suo punto di svolta, chiarendo in maniera esplicita gli obiettivi che il maestro Sakamoto si era posto sin dall’inizio.

La sua versione del mito di Dracula riesce ad essere incredibilmente al passo coi tempi ma anche profondamente rispettosa degli aspetti più classici che da sempre la caratterizzano: ad acquisire centralità è la figura della protagonista Mina, che riesce finalmente a trascendere i suoi limiti terreni e a rivaleggiare con il mostro che tenta di controllarla. Il significato simbolico è duplice: da un lato si parla di emancipazione femminile in un mondo dominato da uomini; dall’altro si esplicita la voglia di superare e abbattere una società affetta dalla brama di soldi e denaro e da un “vampirismo” che spinge i più ricchi a succhiare via ogni energia vitale da chiunque sia “sotto di loro”.

La sua versione del mito di Dracula riesce ad essere incredibilmente al passo coi tempi ma anche profondamente rispettosa degli aspetti più classici che da sempre la caratterizzano: ad acquisire centralità è la figura della protagonista Mina, che riesce finalmente a trascendere i suoi limiti terreni e a rivaleggiare con il mostro che tenta di controllarla. Il significato simbolico è duplice: da un lato si parla di emancipazione femminile in un mondo dominato da uomini; dall’altro si esplicita la voglia di superare e abbattere una società affetta dalla brama di soldi e denaro e da un “vampirismo” che spinge i più ricchi a succhiare via ogni energia vitale da chiunque sia “sotto di loro”.

Mina prende consapevolezza di tutto questo, pronta a combattere da sola una battaglia che è solo sua e che nessun altro riesce a comprendere. Un cambio di paradigma enorme, quasi rivoluzionario, che porta l’opera di Stoker dritta nel 2025. Sempre il solito e ormai ripetitivo appunto finale sull’estrema qualità di un lavoro estetico che parla da solo e, a questo giro, non ha nemmeno bisogno di tante parole o dialoghi per esprimere la sua bellezza folgorante.

Mina prende consapevolezza di tutto questo, pronta a combattere da sola una battaglia che è solo sua e che nessun altro riesce a comprendere. Un cambio di paradigma enorme, quasi rivoluzionario, che porta l’opera di Stoker dritta nel 2025. Sempre il solito e ormai ripetitivo appunto finale sull’estrema qualità di un lavoro estetico che parla da solo e, a questo giro, non ha nemmeno bisogno di tante parole o dialoghi per esprimere la sua bellezza folgorante.

DRCL continua a sorprendere, uscita dopo uscita. La sensazione è di essere ormai giunti al vero punto di svolta della storia: incredibile come riesca ad essere moderna e attuale mantenendosi comunque fedele al mito immortale di Dracula.

#Fumetti #BookSky #RecensioniFuoriTempo

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alan wake
remastered

(2021)

alan wake remastered (2021)

La storia prima di tutto il resto. Questa la missione di Remedy e del suo Alan Wake, un gioco lineare, con un percorso a livelli interconnessi prestabilito e una vicenda che viene raccontata e dipanata su più livelli: quello strutturale, con una suddivisione atipica in episodi, con tanto di plot twist, colpi di scena e momenti sospesi; quello interno al gioco, dove il punto di vista è quello del protagonista Alan, voce narrante durante tutta l’avventura.

La storia prima di tutto il resto. Questa la missione di Remedy e del suo Alan Wake, un gioco lineare, con un percorso a livelli interconnessi prestabilito e una vicenda che viene raccontata e dipanata su più livelli: quello strutturale, con una suddivisione atipica in episodi, con tanto di plot twist, colpi di scena e momenti sospesi; quello interno al gioco, dove il punto di vista è quello del protagonista Alan, voce narrante durante tutta l’avventura.

Ma ogni elemento del gioco parla al giocatore, in maniera diretta e indiretta (trasmissioni radio, schermi televisivi e le importantissime pagine di un manoscritto), andando a formare un mosaico misterioso e affascinante, un mistero di difficile soluzione dove realtà e fantasia si intrecciano in uno scenario da incubo dove è davvero difficile capire dove sia davvero la verità. In una trama così magistrale, che sfrutta ogni elemento a sua disposizione per catturare l’attenzione dello spettatore, tutto il resto passa irrimediabilmente in secondo piano.

Ma ogni elemento del gioco parla al giocatore, in maniera diretta e indiretta (trasmissioni radio, schermi televisivi e le importantissime pagine di un manoscritto), andando a formare un mosaico misterioso e affascinante, un mistero di difficile soluzione dove realtà e fantasia si intrecciano in uno scenario da incubo dove è davvero difficile capire dove sia davvero la verità. In una trama così magistrale, che sfrutta ogni elemento a sua disposizione per catturare l’attenzione dello spettatore, tutto il resto passa irrimediabilmente in secondo piano.

Gameplay e Grafica risentono tanto del tempo passato dall’uscita del gioco (la remastered è di cinque anni fa, ma il gioco originale è del 2010). Eppure le meccaniche di base sono talmente ben inserite all’interno del tessuto narrativo da mettere in secondo piano le storture e i difetti. Al netto del tempo trascorso il cuore dell’esperienza ludica è ancora molto godibile: il connubio sinergico tra torcia e arma da fuoco resta fluido e ben pensato sotto molti punti di vista.

Gameplay e Grafica risentono tanto del tempo passato dall’uscita del gioco (la remastered è di cinque anni fa, ma il gioco originale è del 2010). Eppure le meccaniche di base sono talmente ben inserite all’interno del tessuto narrativo da mettere in secondo piano le storture e i difetti. Al netto del tempo trascorso il cuore dell’esperienza ludica è ancora molto godibile: il connubio sinergico tra torcia e arma da fuoco resta fluido e ben pensato sotto molti punti di vista.

Torniamo indietro di qualche anno al primo capitolo di Alan Wake. Il gioco è un po' invecchiato ma la storia e i personaggi continuano ad avere un fascino incredibile.

#VideoGames #VideoGiochi #RecensioniFuoriTempo

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toro scatenato

martin scorsese
(1980)

toro scatenato martin scorsese (1980)

Date in mano una storia incredibile a un attore incredibile e a un regista altrettanto incredibile e avrete tra le mani uno dei film biografici migliori di tutti i tempi. Toro Scatenato è il meglio che la boxe abbia mai saputo offrire al cinema, nonché una delle parabole umane e sportive meglio raccontare di tutti i tempi. Martin Scorsese alla regia, con un bianco e nero utile a raccontare i tempi passati - la storia è ambientata tra gli anni ’40 e gli anni ’60 - e un uso della camera ravvicinata e in soggettiva che ha trasformato gli incontri sul ring in massacri crudi, sanguinolenti e profondamente realistici.

Date in mano una storia incredibile a un attore incredibile e a un regista altrettanto incredibile e avrete tra le mani uno dei film biografici migliori di tutti i tempi. Toro Scatenato è il meglio che la boxe abbia mai saputo offrire al cinema, nonché una delle parabole umane e sportive meglio raccontare di tutti i tempi. Martin Scorsese alla regia, con un bianco e nero utile a raccontare i tempi passati - la storia è ambientata tra gli anni ’40 e gli anni ’60 - e un uso della camera ravvicinata e in soggettiva che ha trasformato gli incontri sul ring in massacri crudi, sanguinolenti e profondamente realistici.

Robert De Niro nel ruolo del protagonista, in una delle interpretazioni più forti e sofferte della sua carriera, sia dal punto di vista puramente attoriale - le sue espressioni e i suoi monologhi sono impareggiabili - sia da quello fisico, visto che è dimagrito e ingrassato di tanti chili per interpretare al meglio il ruolo; Jake LaMotta a ispirare il tutto con la sua parabola umana verso l’abisso e una storia fatta di violenze, bugie, gelosie e profonda solitudine.

Robert De Niro nel ruolo del protagonista, in una delle interpretazioni più forti e sofferte della sua carriera, sia dal punto di vista puramente attoriale - le sue espressioni e i suoi monologhi sono impareggiabili - sia da quello fisico, visto che è dimagrito e ingrassato di tanti chili per interpretare al meglio il ruolo; Jake LaMotta a ispirare il tutto con la sua parabola umana verso l’abisso e una storia fatta di violenze, bugie, gelosie e profonda solitudine.

Il film è un lungo arco di vita che non fa sconti nel mostrarsi quanto più schietto e sincero possibile: i grandi trionfi sportivi non sono mai messi sotto una luce epica e positiva - non siamo in Rocky - ma filtrati tramite i meandri di una vita difficile e di una personalità disturbata e problematica. Ascesa e discesa di LaMotta vengono mostrati con sincera schiettezza, senza nascondere nulla, dalle violenze verso le sue due compagne, passando per i rapporti difficili con il fratello sino ad arrivare ai suoi legami con la criminalità organizzata. Un film che rasenta la perfezione sotto quasi tutti i punti di vista.

Il film è un lungo arco di vita che non fa sconti nel mostrarsi quanto più schietto e sincero possibile: i grandi trionfi sportivi non sono mai messi sotto una luce epica e positiva - non siamo in Rocky - ma filtrati tramite i meandri di una vita difficile e di una personalità disturbata e problematica. Ascesa e discesa di LaMotta vengono mostrati con sincera schiettezza, senza nascondere nulla, dalle violenze verso le sue due compagne, passando per i rapporti difficili con il fratello sino ad arrivare ai suoi legami con la criminalità organizzata. Un film che rasenta la perfezione sotto quasi tutti i punti di vista.

Toro Scatenato è un film che non ha bisogno di troppe presentazioni. De Niro, Scorsese e la storia incredibile di Jake LaMotta: cosa volere di più?

#Cinema #CineSky #RecensioniFuoriTempo #FilmFuoriTempo

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Sirat


Óliver Laxe
(2025)

Sirat Óliver Laxe (2025)

Sorprende Sirāt, per il modo in cui si innesca, per come riesce a unire la dissonante e trascinante forza della musica techno ed elettronica con le sconfinate e desolanti asperità del deserto marocchino. In parte inafferrabile, il film si avvia con un padre in viaggio nel deserto con suo figlio alla ricerca della sua primogenita scomparsa. In un mondo - letteralmente - vicino alla fine, i due si uniranno a una carovana di giovani in un viaggio alla ricerca di un misterioso rave, coltivando la speranza di poterla finalmente trovare. L’on the road costruito da Óliver Laxe è un percorso impervio e senza fine, una prova ad ostacoli infarcita di dolore, sofferenze e drammi terribili e inaspettati.

Sorprende Sirāt, per il modo in cui si innesca, per come riesce a unire la dissonante e trascinante forza della musica techno ed elettronica con le sconfinate e desolanti asperità del deserto marocchino. In parte inafferrabile, il film si avvia con un padre in viaggio nel deserto con suo figlio alla ricerca della sua primogenita scomparsa. In un mondo - letteralmente - vicino alla fine, i due si uniranno a una carovana di giovani in un viaggio alla ricerca di un misterioso rave, coltivando la speranza di poterla finalmente trovare. L’on the road costruito da Óliver Laxe è un percorso impervio e senza fine, una prova ad ostacoli infarcita di dolore, sofferenze e drammi terribili e inaspettati.

Lo spirito libero e anarchico dei giovani raver coinvolgerà con forza i due protagonisti che finiranno per abbracciare un modo di vivere a stretto contatto con se stessi, con la natura e con una vita libera. Ma Sirāt, nella tradizione islamica, è quel ponte stretto e pericoloso che le anime devono affrontare per arrivare al paradiso e superare l’inferno: un cammino difficile, soprattutto quando il Giorno del Giudizio è alle porte e la realtà è un inferno che non lascia speranza ne salvezza.

Lo spirito libero e anarchico dei giovani raver coinvolgerà con forza i due protagonisti che finiranno per abbracciare un modo di vivere a stretto contatto con se stessi, con la natura e con una vita libera. Ma Sirāt, nella tradizione islamica, è quel ponte stretto e pericoloso che le anime devono affrontare per arrivare al paradiso e superare l’inferno: un cammino difficile, soprattutto quando il Giorno del Giudizio è alle porte e la realtà è un inferno che non lascia speranza ne salvezza.

E il film fa di tutto per mostrarci le crudeltà del nostro mondo e il modo in cui soffoca con forza ogni desiderio di libertà. Tutti i protagonisti del film si andranno loro malgrado a scontrare con le terribili avversità della vita, con un contesto naturale o sociale che farà di tutto per gettarli giù da quel ponte così fragile e sottile. Puoi provare a ballare, a farti guidare dalla tua voglia di libertà, ma sarai sempre costretto a confrontarti con la natura beffarda e inafferrabile di una vita che somiglia in maniera terribile all’inferno da cui cerchiamo invano di fuggire.

E il film fa di tutto per mostrarci le crudeltà del nostro mondo e il modo in cui soffoca con forza ogni desiderio di libertà. Tutti i protagonisti del film si andranno loro malgrado a scontrare con le terribili avversità della vita, con un contesto naturale o sociale che farà di tutto per gettarli giù da quel ponte così fragile e sottile. Puoi provare a ballare, a farti guidare dalla tua voglia di libertà, ma sarai sempre costretto a confrontarti con la natura beffarda e inafferrabile di una vita che somiglia in maniera terribile all’inferno da cui cerchiamo invano di fuggire.

Sirat è un viaggio nel deserto ma anche nella sofferenza. Un film di grande impatto, potentissimo visivamente e a livello narrativo. Guardatelo, se potete, saprà lasciarvi qualcosa.

#Cinema #CineSky #RecensioniFuoriTempo

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what we do in
the shadows

stagione 6
(2024)

what we do in the shadows stagione 6 (2024)

Dispiace. Dispiace che abbiamo dovuto aspettare quasi due anni per vedere la stagione finale di What We Do in the Shadows e dispiace, soprattutto, che questa serie sia finita. La sensazione, anche dopo gli undici episodi che la concludono, è che quest’avventura vampiresca in bilico tra horror, commedia e mockumentary avesse ancora qualcosa da dire è fortissima. Perché lo sgangherato gruppo di vampiri e il loro (ex) famiglio Guillermo, fino all’ultimo, non ha perso un filo del folle smalto che lo ha sempre contraddistinto. Battute sopra le righe, situazioni assurde, metanarrazione, per un racconto capace di deformare gli stilemi horror, ridicolizzarli e renderli tremendamente divertenti.

Dispiace. Dispiace che abbiamo dovuto aspettare quasi due anni per vedere la stagione finale di What We Do in the Shadows e dispiace, soprattutto, che questa serie sia finita. La sensazione, anche dopo gli undici episodi che la concludono, è che quest’avventura vampiresca in bilico tra horror, commedia e mockumentary avesse ancora qualcosa da dire è fortissima. Perché lo sgangherato gruppo di vampiri e il loro (ex) famiglio Guillermo, fino all’ultimo, non ha perso un filo del folle smalto che lo ha sempre contraddistinto. Battute sopra le righe, situazioni assurde, metanarrazione, per un racconto capace di deformare gli stilemi horror, ridicolizzarli e renderli tremendamente divertenti.

Una serie abile a far ridere di gusto nei modi più disparati e un gruppo di autori ormai in grado di tirar fuori il meglio dai suoi personaggi. Era però chiaro che forse, più di così, non si potesse far evolvere la storia e in una serialità dove l’evoluzione e il cambiamento sono alla base del racconto, avere degli esseri eterni e immutabili come protagonisti sarebbe stato fonte di problemi. E proprio su questi concetti si è giocato molto nel corso di quest’ultima stagione, tra cose che finiscono, altre che non cambiano mai e schemi che si ripetono, sempre uguali, da secoli.

Una serie abile a far ridere di gusto nei modi più disparati e un gruppo di autori ormai in grado di tirar fuori il meglio dai suoi personaggi. Era però chiaro che forse, più di così, non si potesse far evolvere la storia e in una serialità dove l’evoluzione e il cambiamento sono alla base del racconto, avere degli esseri eterni e immutabili come protagonisti sarebbe stato fonte di problemi. E proprio su questi concetti si è giocato molto nel corso di quest’ultima stagione, tra cose che finiscono, altre che non cambiano mai e schemi che si ripetono, sempre uguali, da secoli.

E per rifuggire da questa ripetitività What We Do in the Shadows chiude il cerchio a modo suo, con una stagione uguale a tutte le altre e un finale gargantuesco, traboccante di spunti e idee, capace di contenere al suo interno quattro, cinque, dieci finali diversi, regalando una conclusione perfetta, che ironizza su se stessa e si prende gioco con goliardia dello spettatore. Mancherà questa serie, mancherà tanto, perché ci lascia una delle comedy più divertenti e riuscite degli ultimi anni, ma non possiamo che essere soddisfatti per una qualità e un divertimento che, in sei anni, non sono mai venuti meno.

E per rifuggire da questa ripetitività What We Do in the Shadows chiude il cerchio a modo suo, con una stagione uguale a tutte le altre e un finale gargantuesco, traboccante di spunti e idee, capace di contenere al suo interno quattro, cinque, dieci finali diversi, regalando una conclusione perfetta, che ironizza su se stessa e si prende gioco con goliardia dello spettatore. Mancherà questa serie, mancherà tanto, perché ci lascia una delle comedy più divertenti e riuscite degli ultimi anni, ma non possiamo che essere soddisfatti per una qualità e un divertimento che, in sei anni, non sono mai venuti meno.

Il finale di una delle comedy più riuscite degli ultimi anni. Dispiace non abbia avuto il seguito che meritava, perché What We Do in the Shadows era davvero una grande serie tv.

#SerieTV #Streaming #RecensioniFuoriTempo

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quartieri
lontani

Jiro Taniguchi
coconino
(2025)

quartieri lontani Jiro Taniguchi coconino (2025)

Non è un caso se Jiro Taniguchi è stato amato molto più in Europa che in patria: il suo è il perfetto punto d’incontro tra una sensibilità tutta giapponese di luoghi e tematiche e una messa in scena e un modo di raccontare queste tematiche molto occidentale. Quartieri Lontani parte da uno dei punti di partenza narrativi più classici: un uomo di mezza età si ritrova catapultato indietro nel tempo nel corpo di se stesso da adolescente, in un periodo per lui molto delicato, coinciso con la sparizione dal padre.

Non è un caso se Jiro Taniguchi è stato amato molto più in Europa che in patria: il suo è il perfetto punto d’incontro tra una sensibilità tutta giapponese di luoghi e tematiche e una messa in scena e un modo di raccontare queste tematiche molto occidentale. Quartieri Lontani parte da uno dei punti di partenza narrativi più classici: un uomo di mezza età si ritrova catapultato indietro nel tempo nel corpo di se stesso da adolescente, in un periodo per lui molto delicato, coinciso con la sparizione dal padre.

Con la consapevolezza di una mente adulta riuscirà a cambiare la sua vita e a evitare gli errori? Ne uscirà migliore? Domande che hanno una risposta abbastanza scontata e un insegnamento del tutto prevedibile: dagli errori del passato non si può scappare ma si possono utilizzare per migliorare il proprio presente e diventare persone migliori. Il racconto si sviluppa su 400 pagine e in vari capitoli, disegnato con rigore e grande cura nel dettaglio e narrato con una delicatezza e una linearità invidiabili: un’opera matura e semplice, che lascia parlare i disegni quanto i personaggi con dialoghi pensieri e riflessioni.

Con la consapevolezza di una mente adulta riuscirà a cambiare la sua vita e a evitare gli errori? Ne uscirà migliore? Domande che hanno una risposta abbastanza scontata e un insegnamento del tutto prevedibile: dagli errori del passato non si può scappare ma si possono utilizzare per migliorare il proprio presente e diventare persone migliori. Il racconto si sviluppa su 400 pagine e in vari capitoli, disegnato con rigore e grande cura nel dettaglio e narrato con una delicatezza e una linearità invidiabili: un’opera matura e semplice, che lascia parlare i disegni quanto i personaggi con dialoghi pensieri e riflessioni.

A colpire è il modo in cui viene rappresentato il Giappone degli anni ’60, con le sue tradizioni così famigliari, la sua compostezza, i suoi paesaggi incredibili e la natura incontaminata: i luoghi diventano veri e vivi protagonisti della storia, indimenticabili e di rara bellezza. Una storia toccante e malinconica, che lascia il segno e ci invita a riflettere e migliorare: interessanti gli approfondimenti dell’edizione 2025 di Coconino.

A colpire è il modo in cui viene rappresentato il Giappone degli anni ’60, con le sue tradizioni così famigliari, la sua compostezza, i suoi paesaggi incredibili e la natura incontaminata: i luoghi diventano veri e vivi protagonisti della storia, indimenticabili e di rara bellezza. Una storia toccante e malinconica, che lascia il segno e ci invita a riflettere e migliorare: interessanti gli approfondimenti dell’edizione 2025 di Coconino.

Quartieri Lontani è un fumetto che parte da uno spunto piuttosto classico, ma ha una delicatezza nel trattare i personaggi e un modo di raccontare il Giappone davvero riusciti.

#Fumetti #BookSky #RecensioniFuoriTempo

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apocalypse
now

francis ford
coppola
(1979)

apocalypse now francis ford coppola (1979)

Lo capiamo sin dalle prime immagini, con la crisi esistenziale del capitano Willard sovrapposta alle immagini di guerra, le pale di un ventilatore che diventano quelle di un elicottero e The End dei Doors a fare da colonna sonora: quello costruito da Francis Ford Coppola non è il classico film sul Vietnam, ma un viaggio allucinogeno e allucinante molto, molto vicino a un terribile e spaventoso trip lisergico. Apocalypse Now è un viaggio “on the boat” tra gli orrori del Vietnam occupato dagli Stati Uniti, con il protagonista chiamato ad attraversare il paese via fiume per trovare il colonnello Kurtz, alto rango dell’esercito apparentemente impazzito, macchiatosi di terribili crimini e a capo di una comunità di fanatici con regole tutte sue.

Lo capiamo sin dalle prime immagini, con la crisi esistenziale del capitano Willard sovrapposta alle immagini di guerra, le pale di un ventilatore che diventano quelle di un elicottero e The End dei Doors a fare da colonna sonora: quello costruito da Francis Ford Coppola non è il classico film sul Vietnam, ma un viaggio allucinogeno e allucinante molto, molto vicino a un terribile e spaventoso trip lisergico. Apocalypse Now è un viaggio “on the boat” tra gli orrori del Vietnam occupato dagli Stati Uniti, con il protagonista chiamato ad attraversare il paese via fiume per trovare il colonnello Kurtz, alto rango dell’esercito apparentemente impazzito, macchiatosi di terribili crimini e a capo di una comunità di fanatici con regole tutte sue.

Come spesso capita in questi casi il viaggio sarà molto più importante della destinazione e occuperà quasi tutto il film: Willard, in crisi dopo lunghi e logoranti anni di guerra, finirà per essere ossessionato e affascinato dal tenebroso Kurtz e, accompagnato da uno strano quanto peculiare manipolo di uomini, entrerà in contatto con personaggi e luoghi fuori dalle righe e da qualsiasi parvenza di normalità. Nel Vietnam di Coppola la violenza e il conflitto hanno portato tutti a impazzire, a vivere costantemente sotto l’effetto di una droga potentissima e invisibile, che ti cambia sia dentro che fuori, logorandoti fino a distruggerti.

Come spesso capita in questi casi il viaggio sarà molto più importante della destinazione e occuperà quasi tutto il film: Willard, in crisi dopo lunghi e logoranti anni di guerra, finirà per essere ossessionato e affascinato dal tenebroso Kurtz e, accompagnato da uno strano quanto peculiare manipolo di uomini, entrerà in contatto con personaggi e luoghi fuori dalle righe e da qualsiasi parvenza di normalità. Nel Vietnam di Coppola la violenza e il conflitto hanno portato tutti a impazzire, a vivere costantemente sotto l’effetto di una droga potentissima e invisibile, che ti cambia sia dentro che fuori, logorandoti fino a distruggerti.

Il regista ha gioco facile nell’abbinare tutto questo ad una ricostruzione maniacalmente precisa di ogni aspetto del conflitto: Apocalypse Now ha alcune delle scene di guerra più incredibili e spettacolari della storia. Ma sarebbero momenti estetici fini a se stessi senza quel sottotesto che sottolinea, ad ogni passaggio, l’insensatezza di ogni conflitto e di tutto ciò che di terribile vi gravita attorno.

Il regista ha gioco facile nell’abbinare tutto questo ad una ricostruzione maniacalmente precisa di ogni aspetto del conflitto: Apocalypse Now ha alcune delle scene di guerra più incredibili e spettacolari della storia. Ma sarebbero momenti estetici fini a se stessi senza quel sottotesto che sottolinea, ad ogni passaggio, l’insensatezza di ogni conflitto e di tutto ciò che di terribile vi gravita attorno.

Il risultato della passione e delle ambizioni di Coppola in un film incredibile, tra i più iconici e indimenticabili della storia. Apocalypse Now non ha bisogno di troppe presentazioni.

#Cinema #CineSky #FilmFuoriTempo #RecensioniFuoriTempo

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die my love

Lynne Ramsay
(2025)

die my love Lynne Ramsay (2025)

Il punto di partenza è certamente quello di una coppia giovane ed energica, della loro nuova vita insieme e del modo in cui viene lentamente sconvolta e logorata dall’arrivo del loro primo figlio. Ma quello che Die My Love fa veramente è metterci faccia a faccia con i turbamenti materni della Grace di Jennifer Lawrence, qui in una delle interpretazioni più intense e riuscite della sua carriera. Il film abbatte molto presto i confini della mente della protagonista, facendo riversare nella realtà i suoi incubi e le sue paure. Visioni, incubi e vividi sogni a occhi aperti tentano di spiegarci i turbamenti, le paure e i drammi che la maternità porta con sé.

Il punto di partenza è certamente quello di una coppia giovane ed energica, della loro nuova vita insieme e del modo in cui viene lentamente sconvolta e logorata dall’arrivo del loro primo figlio. Ma quello che Die My Love fa veramente è metterci faccia a faccia con i turbamenti materni della Grace di Jennifer Lawrence, qui in una delle interpretazioni più intense e riuscite della sua carriera. Il film abbatte molto presto i confini della mente della protagonista, facendo riversare nella realtà i suoi incubi e le sue paure. Visioni, incubi e vividi sogni a occhi aperti tentano di spiegarci i turbamenti, le paure e i drammi che la maternità porta con sé.

Quello di Lynne Ramsay è un film coraggioso, perché prova a mostrare l’altra faccia della medaglia, quella dove l’arrivo di un neonato non è solo gioia e felicità, ma anche paura, ansia e tristezza, sentimenti talmente forti da risultare quasi incomprensibili. Grace è in balia di se stessa, nessuno riesce davvero a fare qualcosa per lei, ad aiutarla e, anzi, tutti, marito compreso, non fanno altro che peggiorare la situazione.

Quello di Lynne Ramsay è un film coraggioso, perché prova a mostrare l’altra faccia della medaglia, quella dove l’arrivo di un neonato non è solo gioia e felicità, ma anche paura, ansia e tristezza, sentimenti talmente forti da risultare quasi incomprensibili. Grace è in balia di se stessa, nessuno riesce davvero a fare qualcosa per lei, ad aiutarla e, anzi, tutti, marito compreso, non fanno altro che peggiorare la situazione.

Scene forti, momenti di acceso dramma e un finale dal forte valore simbolico rendono Die My Love un film di gran classe, sia nella cura della fotografia che nel modo in cui vengono valorizzati gli ambienti interni e i bellissimi paesaggi esterni. C’è un po’ di confusione di fondo ma certi sentimenti inspiegabili e insondabili non possono davvero essere spiegati, ma solo mostrati tramite le dimensioni dell’incubo e dell’inconscio, le uniche dove le nostre paure più nascoste vengono fuori.

Scene forti, momenti di acceso dramma e un finale dal forte valore simbolico rendono Die My Love un film di gran classe, sia nella cura della fotografia che nel modo in cui vengono valorizzati gli ambienti interni e i bellissimi paesaggi esterni. C’è un po’ di confusione di fondo ma certi sentimenti inspiegabili e insondabili non possono davvero essere spiegati, ma solo mostrati tramite le dimensioni dell’incubo e dell’inconscio, le uniche dove le nostre paure più nascoste vengono fuori.

Il lato oscuro della maternità in un film che ci regala una Jennifer Lawrence davvero pazzesca. Die My Love merita una visione: lo trovate su Mubi.

#Cinema #CineSky #RecensioniFuoriTempo

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stranger
things

stagione 5
(2025)

stranger things stagione 5 (2025)

Diciamolo subito, a scanso di equivoci: quello di Stranger Things è un finale compiuto, che chiude degnamente le vicende di tutti i protagonisti e che riesce a regalare le giuste emozioni e soddisfazioni. Gli ultimi 50 minuti dell’ultimo episodio sono la cosa migliore della quinta stagione, per il modo in cui riescono a chiudere il cerchio con efficacia, trasporto emotivo e buoni spunti realizzativi, andando a toccare quel cuore e quelle sensazioni “semplici” che la serie era riuscita a innescare sin dal suo esordio. Il problema è tutto ciò che ha preceduto quegli ultimi 50 minuti: nel corso degli anni Stranger Things è diventata qualcosa di molto diverso, si è ingrandita a dismisura, provando a trascendere i suoi limiti ma senza mai riusciti a pieno.

Diciamolo subito, a scanso di equivoci: quello di Stranger Things è un finale compiuto, che chiude degnamente le vicende di tutti i protagonisti e che riesce a regalare le giuste emozioni e soddisfazioni. Gli ultimi 50 minuti dell’ultimo episodio sono la cosa migliore della quinta stagione, per il modo in cui riescono a chiudere il cerchio con efficacia, trasporto emotivo e buoni spunti realizzativi, andando a toccare quel cuore e quelle sensazioni “semplici” che la serie era riuscita a innescare sin dal suo esordio. Il problema è tutto ciò che ha preceduto quegli ultimi 50 minuti: nel corso degli anni Stranger Things è diventata qualcosa di molto diverso, si è ingrandita a dismisura, provando a trascendere i suoi limiti ma senza mai riusciti a pieno.

Questa quinta stagione alza ulteriormente il tiro, mettendo il solito gruppo di ragazzini un po’ troppo cresciuti nel bel mezzo di enormi operazioni militari, dimensioni e mondi paralleli che si intrecciano, wormhole, fisica quantistica, diversi piani di esistenza e una complicatissima resa dei conti con il temibile e indistruttibile Vecna. Quel senso di mistero e meraviglia molto “casalingo” si è perso totalmente, con il gruppo che si ritrova costantemente a portare avanti missioni complicatissime che alzano un po’ troppo la soglia di sospensione dell’incredulità fino a una battaglia finale in cui, senza nessun freno, tutto viene sacrificato sull’altare dello spettacolo e del colpo di scena a tutti i costi. Ma i Duffer non sono Nolan, Stranger Things non è Inception o Interstellar e le forzature si sprecano.

Questa quinta stagione alza ulteriormente il tiro, mettendo il solito gruppo di ragazzini un po’ troppo cresciuti nel bel mezzo di enormi operazioni militari, dimensioni e mondi paralleli che si intrecciano, wormhole, fisica quantistica, diversi piani di esistenza e una complicatissima resa dei conti con il temibile e indistruttibile Vecna. Quel senso di mistero e meraviglia molto “casalingo” si è perso totalmente, con il gruppo che si ritrova costantemente a portare avanti missioni complicatissime che alzano un po’ troppo la soglia di sospensione dell’incredulità fino a una battaglia finale in cui, senza nessun freno, tutto viene sacrificato sull’altare dello spettacolo e del colpo di scena a tutti i costi. Ma i Duffer non sono Nolan, Stranger Things non è Inception o Interstellar e le forzature si sprecano.

Anche il numero di episodi e la loro durata complessiva non hanno aiutato, con la sensazione che i tempi siano stati dilatati un po’ troppo, alla luce di schemi narrativi sempre uguali: c’è un problema da risolvere, si dà vita a un piano impossibile, si va in missione, si risolve il problema e ci si prepara ad affrontare quello successivo, il tutto inframezzato da parentesi emotive francamente troppo lunghe e tediose in cui i personaggi parlano a cuore aperto tra loro di emotività e sentimenti. Ripetete tutto questo anche più volte nel corso dei vari episodi, immaginate ogni scena un po’ più lunga del normale e avrete ben chiaro cosa non ha funzionato in questa stagione finale. Ed è un peccato perché il cuore e le belle idee ci sono state sino alla fine, ma applicate a una serie diventata molto più grande di ciò che voleva a poteva essere.

Anche il numero di episodi e la loro durata complessiva non hanno aiutato, con la sensazione che i tempi siano stati dilatati un po’ troppo, alla luce di schemi narrativi sempre uguali: c’è un problema da risolvere, si dà vita a un piano impossibile, si va in missione, si risolve il problema e ci si prepara ad affrontare quello successivo, il tutto inframezzato da parentesi emotive francamente troppo lunghe e tediose in cui i personaggi parlano a cuore aperto tra loro di emotività e sentimenti. Ripetete tutto questo anche più volte nel corso dei vari episodi, immaginate ogni scena un po’ più lunga del normale e avrete ben chiaro cosa non ha funzionato in questa stagione finale. Ed è un peccato perché il cuore e le belle idee ci sono state sino alla fine, ma applicate a una serie diventata molto più grande di ciò che voleva a poteva essere.

Ed eccoci qui a parlare del finale più discusso dell'anno, quello di Stranger Things. Eh si, non tutto ha funzionato alla perfezione purtroppo.

#SerieTV #Streaming #RecensioniFuoriTempo

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tutto quello
che resta

emily carroll 
tunué 
(2025)

tutto quello che resta emily carroll tunué (2025)

Tra horror e fiaba gotica, Emily Carroll ci racconta una storia al femminile immersa a piene mani nella contemporaneità, capace come poche di inquietare grazie a un finale a tensione crescente sospeso e carico di dubbi. La base di partenza è un bianco e nero che ci racconta la storia di una donna e del suo matrimonio con un uomo rimasto vedovo e sua figlia; il colore si innesta lentamente nella storia, andando a presentarci la dimensione del sogno e dei pensieri più profondi della protagonista Abby; vere e proprie esplosioni di pregevolissima arte pittorica si faranno strada nella storia, esplicitando un incubo ad occhi aperti che diverrà ancora più potente quando il fantasma della prima moglie del nuovo marito di Abby farà capolino nella sua vita.

Tra horror e fiaba gotica, Emily Carroll ci racconta una storia al femminile immersa a piene mani nella contemporaneità, capace come poche di inquietare grazie a un finale a tensione crescente sospeso e carico di dubbi. La base di partenza è un bianco e nero che ci racconta la storia di una donna e del suo matrimonio con un uomo rimasto vedovo e sua figlia; il colore si innesta lentamente nella storia, andando a presentarci la dimensione del sogno e dei pensieri più profondi della protagonista Abby; vere e proprie esplosioni di pregevolissima arte pittorica si faranno strada nella storia, esplicitando un incubo ad occhi aperti che diverrà ancora più potente quando il fantasma della prima moglie del nuovo marito di Abby farà capolino nella sua vita.

I paesaggi incontaminati del laghi canadesi, tra case isolate e immerse nella natura, boschi e oscure distese d’acqua diverranno il teatro di apparizioni tanto affascinanti quanto spaventose, instillando dubbi via via sempre più forti e rumorosi. Cosa è successo alla donna morta? La verità è davvero così semplice come sembra? Tutto quello che resta ha il merito di immergerci nella vicenda tramite il punto di vista della protagonista, di farci vivere in prima persona i suoi sogni e le sue visioni. Le sue paure diventano anche le nostre in un corto circuito in cui anche il lettore finisce per non capire mai davvero cosa sta succedendo.

I paesaggi incontaminati del laghi canadesi, tra case isolate e immerse nella natura, boschi e oscure distese d’acqua diverranno il teatro di apparizioni tanto affascinanti quanto spaventose, instillando dubbi via via sempre più forti e rumorosi. Cosa è successo alla donna morta? La verità è davvero così semplice come sembra? Tutto quello che resta ha il merito di immergerci nella vicenda tramite il punto di vista della protagonista, di farci vivere in prima persona i suoi sogni e le sue visioni. Le sue paure diventano anche le nostre in un corto circuito in cui anche il lettore finisce per non capire mai davvero cosa sta succedendo.

Il ritmo aumenta vertiginosamente pagina dopo pagina, in un crescendo di tensione da grande horror d’autore che culmina in un cliffhanger che tronca tutto a metà, non risolvendo nulla e lasciando a noi il compito di interpretare ciò che abbiamo visto. Qual è la realtà? Cosa abbiamo visto davvero? Domande senza risposta in un’opera di alto profilo sotto tutti i punti di vista.

Il ritmo aumenta vertiginosamente pagina dopo pagina, in un crescendo di tensione da grande horror d’autore che culmina in un cliffhanger che tronca tutto a metà, non risolvendo nulla e lasciando a noi il compito di interpretare ciò che abbiamo visto. Qual è la realtà? Cosa abbiamo visto davvero? Domande senza risposta in un’opera di alto profilo sotto tutti i punti di vista.

Tutto quello che resta è un fumetto horror davvero riuscito: il racconto di una donna e di una nuova vita tra violenza e fantasmi. Ma quello di Emily Carroll è un racconto capace di regalare delle grandi sorprese.

#Fumetti #BookSky #RecensioniFuoriTempo

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